20 Settembre 2009

Avanti o popolo (delle primarie).

Torno or ora dal Congressino delle Primarie degli iscritti al PD (ebbene sì, ahimè: ho la tessera. Non è fescion e alla fine non ti danno neanche i punti per avere in regalo la teiera o la pirofila ma tant'è...). La mia impressione è, come direbbe Mago Merlino, "un bel guazzabuglio moderno (alakazam!)".
Il voto nostalgico o il voto ottimista? O il voto radical-chic che profuma di ribellismo? La vecchia guardia del bourru bienfaisant o le nuove leve del veltroniano scalzo con la faccia da boy-scout? O gli outsider della Cenerentola laica (ma non atea, attenzione)?
E in regione? Oh, in regione! Che fare? Che fare? Il vicesindaco con quei bei baffi e la faccia da tremoschettiere o la frangetta sbarazzina che tanto piace a Tinto Brass? Lui, lei... e l'altra? Il triangolo no, non l'avevo considerato.
Quando ti piazzano un Congresso alle 9 della domenica mattina (il giorno dopo la chiusura del FriuliDoc, peraltro) un po' la senti la nostalgia di quella nomenklatura con la K che i leader del partito te li sceglie lei e te li impone. Che ti stia bene o no (vi ricordate Guzzanti/Veltroni che ammoniva "i compagni della mozione Amedeo Nazzari"?). Non voglio responsabilità. Non alle 9 del mattino.
E' stata una ben strana campagna elettorale: con la Giovanile che non si schiera ma poi si schiera, la Serracchiani portata in giro come fosse la Madonna Pellegrina, Bersani che cita Vasco Rossi (peccato non gli sia venuto in mente di citare Bersani, forse si sarebbe creato un buco nero spazio-temporale).
Abbiate pietà per gli elettori, costretti nelle ultime settimane a sudate notti insonni, inzuppate di incubi, costellati da Bersaniani con le orecchie a punta, di Feste dell'Unità senza unità, da case (del popolo) molto carine, senza soffitti, senza cucine...
E stamane, avanti o popolo! Tutti alle urne! E lì davanti alle due schede, prendere fiato: la lista Martines per Bersani, la lista Carloni per Marino, o la lista Serracchiani per Debora (giuro!), cosa scegliere? Il dilemma! Il dramma!
Allora, prima di prendere la penna in mano, il bravo tesserato, quello giudizioso e diligente, cosa fa? S'informa. E si legge le tre mozioni, le studia, le mette a confronto. Bersani è per la green economy. Toh, guarda! Anche Franceschini è per la green economy! E che forse Marino è da meno? Non sia mai! Franceschini sostiene il rinnovamento. E rinnoviamo, per la miseria! Bravo bene bis! Ma... Bersani? Anche Bersani è per il rinnovamento! Non mi dire che allora forse... no, no, possiamo stare tranquilli: anche Marino è per il rinnovamento, ci mancherebbe. Marino, dal canto suo, introduce una fondamentale osservazione: l'importanza imprescindibile della formazione scolastica. Come dargli torto? E infatti né Bersani né Franceschini gli danno torto. E il partitolaico? (o il partito-Laika, la cagnetta sparata nello spazio nei bei tempi-che-furono?). "Io voglio il partito laico!". "Anch'io! Anch'io il partito laico!". "Ma io il partito PIU' laico!".
Adesso sì che è tutto chiaro.
Non va meglio coi candidati regionali: la Serracchiani-multiuso che fa l'europarlamentare, il segretario regionale, il politico donna, il politico ggiovane, il politico donna e ggiovane, ha la funzione videochiamata, il servosterzo, il lettore cd e se ha voglia fa anche il caffè.
Martines ha dei bei baffi. E dei sostenitori (purtroppo) maneggioni e magheggianti, che sostengono il cambiamento ma l'unica cosa che (forse) cambiano è l'olio della Mercedes. (Non tutti, per carità, precisiamo...).
E la Carloni? Boh mah chissà. Chi l'ha vista mai?
Insomma, l'elettore tesserato del PD (una specie in via di estinzione, come i Panda, e probabilmente anche con gli stessi problemi riproduttivi dei panda) è sperduto, confuso, brancola nel buio. Non abbandonate gli elettori del PD: l'elettore del PD è il migliore amico dell'uomo.
Margherita, Capricciosa o Diavola? Il menu fa venire voglia di abbandonare il tavolo e tornare a mangiare bambini, come ai bei-vecchi-tempi.
E invece si rimane a stomaco vuoto, si vota: si prende un bel respirone, e si vota, non importa chi. L'importante è partecipare, non è necessario CAPIRE.
Capire tu non puoi,
tu chiamale se vuoi
mozioni...

 

 

 

 

Tags: pd politica
 
10 Luglio 2009

Amnèsia 19.06.09

(Una piccola avvertenza: questo diario è rimasto "fermo" per un po' dentro la mia testa: le cose di cui leggerete risalgono al 19 giugno. Gli eventi hanno avuto bisogno di essere lasciati a fermentare. Non so perché. Forse per permettere che i contorni si facessero un po' meno nitidi. Forse per permettermi di avere qualche amnesia.
Probabilmente chi non ha mai sentito la trasmissione radiofonica Amnèsia non capirà una parola, e tutto ciò che riporto qui non gli sarà di minimo interesse. Se voleste rimediare -e ve lo consiglio-: http://amnesia.blog.rai.it/podcast/
Ma questo non è solo il resoconto del radioreading. E' soprattutto una specie di diario di viaggio. Un piccolo viaggio, certo, ma sempre un viaggio. E se vi chiedeste "ma a me, che me ne frega?" ne avreste tutte le motivazioni. Ma stavolta non scrivo SOLO per voi, ma anche per me. Concedetemi un piccolo capriccio, ogni tanto).


Mi chiamo Fosca Pozzar. Sono nata il 17 Febbraio del 1987, ho 22 anni e vivo ad Aquileia. Il 19 giugno del 2009 ho partecipato al Radioreading di Amnèsia. Praticamente, ho bruciato il mio ricordo in un falò sulla riva di un lago. So che può sembrare una storia incredibile, ma è la mia, ed è vera. Giuro, è vera. E' iniziata il 19 giugno, qualche giorno fa. Da quel giorno per me ogni volta è la prima volta.

Il treno da Cervignano (A. G. che poi sta per Aquileia - Grado) parte alle 14.20, e come al solito arrivo in stazione con un anticipo spaventoso, una cosa da paranoia. Mi sono trattenuta dall'ascoltare i Podcast negli ultimi giorni, in modo da conservarli per poterli "consumare" durante il viaggio in treno che mi aspetta. Cervignano - Venezia Mestre, poi cambio per Vicenza. Mi sistemo vicino al finestrino e una dopo l'altra divoro le ultime puntate. Matteo con la Donatella Frigerio. Povolaro, Rosella con la sua Smart rosa. Eccetera. Se guardate bene, mi vedete. Quella tipa lì, seduta accanto al finestrino, con le cuffie del suo iPod nelle orecchie che ridacchia da sola.
(Salve. Vi presento il mio iPod. E' carino. E' viola, e mi tiene compagnia).

Scendo a Mestre per il cambio. Do un'occhiata al tabellone arrivi/partenze. Il mio treno per Vicenza partirà fra 5 minuti dal binario... 9, eccolo lì. Nove? E io a che binario sono? Binario ... UNO?!? Ommerda! Corri!
Faccio comunque in tempo al bombardamento di annunci pubblicitari che escono ossessivamente dagli schermi piatti appesi a ogni binario. A ripetizione, uno spot contro il razzismo. Mi guardo in giro esplorando i miei futuri compagni di viaggio, arenati come me su questo binario multiculturale, e penso che evidentemente c'è n'è bisogno. La pubblicità progresso si alterna con quella del Grand Soleil, il nettare degli dei, il dessert che va agitato e nel freezer congelato. Evidentemente c'è bisogno anche di quello, anche se mi riesce difficile comprendere l'accostamento.
Quando arriva il treno il mio sguardo passa dalla massa in attesa alle dimensioni ridicole del Minuetto. Non credo ci voglia una laurea in ingegneria per capire che saremo stipati come un carro bestiame. Un paio di fermate infatti me le passo in piedi. Per fortuna molti scendono e riesco a trovare posto. Accanto al finestrino, cosa che mi permette di notare che passiamo accanto a un paese che si chiama Mancamento. Buffo.
Arrivo a Vicenza alle cinque del pomeriggio, circa. Daniela arriverà solo fra un'ora, e i podcast sono finiti. Quindi comincio a guardarmi intorno, studio la geografia di questa nuova stazione, esploro lo spazio e gli odori. I suoni sono sempre gli stessi, la voce degli annunci è quella a me ormai familiare. Ma questo annuncio ha qualcosa di inedito: "Il treno regionale diretto a Verona partirà alle ore 17.30 dal primo binario giardino".
(Binario giardino? Che sarà mai? Quali misteri nasconderà questo nome così evocativo?)
Binario giardino? Già la mia immaginazione costruisce giungle tropicali, fronde abbarbicate ai transetti, piante carnivore e fontane. Binario giardino... Devo assolutamente scoprire di che si tratta. Mi sento un'esploratrice che penetra nel profondo mistero della Foresta Amazzonica, credendo di scoprire meraviglie esotiche e... Eccolo lì, il binario giardino. Un'aiuola spelacchiata, una fontana asciutta e una Panda delle Ferrovie dello Stato. Sorrido della mia ingenuità.
 
Almeno ho trovato una vecchia panchina di legno: lì mi posso sedere e aspettare con calma la mia sconosciuta compagna di viaggio. Per adesso a farmi compagnia invece ho un mocio vileda che sembra essersi affezionato a me e mi guarda con fare bonario, e un libro che a casa avevo afferrato al volo 5 minuti prima di partire. "La Fata Carabina" di Daniel Pennac. E' un colpo di fulmine dalle prime righe. Ancora non so che nelle settimane seguenti sarò colpita da una febbre, o forse meglio dire da una fame, che mi costringerà a divorare uno dopo l'altro, con imperativa ingordigia, tutti i romanzi del ciclo di Malaussène (di professione: capro espiatorio).
(E' amore a prima vista).

Quando riemergo dallo sciabordìo della lettura, mi accorgo che probabilmente Daniela starà per arrivare. Le ho mandato un messaggio per farmi riconoscere ("Capelli scuri lisci, jeans larghi, sacca bianca. Ti aspetto!"). E infatti mi riconosce.

("Capelli neri, lisci. Maglietta blu". Fosca, la virtuosista della caratterizzazione).

Mi piace da subito, Daniela. Anche al telefono, mi piaceva già. Ha una bella risata e una bella energia che si spande intorno. Salgo sulla sua Punto e scopro le mirabili virtù dell'alimentazione a metano.
Durante il viaggio, lei mi racconta i cazzi suoi, io le racconto i cazzi miei. Lei mi racconta della sua dieta, di sua sorella, del suo lavoro, dei suoi ex fidanzati. Io, non disponendo nè di un lavoro, nè di una dieta, nè di una sorella, mi limito agli ex fidanzati.
E' piacevole questo perdersi nelle reciproche confidenze fra sconosciute, e il viaggio scorre sotto le parole e sotto le prime gocce di pioggia.
La pioggia, sì. Quando arriviamo a Riva del Garda, sulla spiaggia dei Sabbioni, piove. E lì non c'è ancora nessuno. E piove (no, lettore, non dimentichiamoci che piove). Ci ripariamo sotto la tenda del chiosco. Ci sono la Brunati e Camisasca che si prendono il caffè. Li riconosco dall'accento milanese della Brunati prima ancora che dalle poche foto che ho visto sul sito. Ma non tento di approcciarli, avrei come l'impressione di fare la figura della rompicoglioni ("ma te sei la Brunati?"... naaah, metti che mi manda a cagare, non si sa mai).
Gli ombrelli cominciano ad arrivare. Gli ombrelli con sotto la gente. Che si guarda attorno un po' sperduta, cercando di capire se si fa, se si fa lì, se ci si sposta per via della pioggia, se si rimane nonostante la pioggia. Se il falò si fa. E la pioggia?
Arriva Matteo (oddio, ma sai che dal vivo è piuttosto bello?). Si fa. Nonostante la pioggia.
Un gazebo a proteggere lui, un gazebo a proteggere noi. E si comincia.

"The Winner is" si spande, direi quasi si scioglie nell'aria della sera. E' una musica così familiare eppure così nuova, e ogni nota è una goccia di pioggia che picchietta sui nostri volti.
E poi...
Lui è Matteo Caccia, è nato il 24 Luglio del 1975. Ha 33 anni, e vive a Milano. L'8 settembre di un anno fa è stato colpito da un'amnesia retrograda globale. Praticamente la sua memoria si è cancellata completamente. Lui lo sa che può sembrare una storia incredibile, ma è la sua, ed è vera. Lo giura, è vera. E' iniziata l'8 settembre di un anno fa. Da quel giorno per lui ogni volta è la prima volta.
Da lì in poi, frammenti. Indossa la maglietta della PanAm, quella del giorno dell'amnesia. E ci racconta ancora di lui. Del pianoforte, di Margherita, dell'Oblomov. Della Iris (la Iris, dal vivo! Che spettacolo!) che poi è la mamma della Margherita. Ci racconta di nuovo della Psicosignorina e della paura di annegare. Di Margherita sul cornicione che si vuole buttare e di lui che parla al telefono con il poliziotto che gli dà istruzioni per rassicurarla, e lei che lo manda a cagare (la mia puntata preferita). Di quella volta che ha pianto, sulla barca. Ogni tanto, alle sue spalle, Matteo Bordone si china sul falò in uno strenuo tentativo di non lasciarlo spegnere. Sul lago, i lampi. Noi sotto il gazebo, con Arianna nel suo passeggino che vuole dire la sua, con la sua personale grammatica neonatale. Bonini mi regala i Radiohead ("No Surprises", e io non so perché, ma in quella canzone da sempre ci sento le lucciole). Matteo ci racconta del pilone sul ponte, del saluto della bambina che fa ciao ciao con la manina, delle sirene della polizia. Matteo ci racconta di Eva che sembra un pomodoro, e della portinaia che lo crede il redento e redentore. La nonna. La nonna che "mica ci crede a quella storia lì dell'amnesia". La nonna è indescrivibile, una poesia.
E quella poesia chiude il radioreading. Frammenti di notte, frammenti di note. Come faccio a descrivertelo? Forse su una cosa aveva ragione quello stronzo, con cui uscivo quando mi disse che le parole hanno dei limiti. Avreste dovuto esserci, e basta.
Matteo allarga le braccia. Il falò miracolosamente ha retto, Matteo "Grisù" Bordone ha compiuto l'Impresa. Il falò della memoria SI FA. Bruceremo i nostri ricordi, la nostra memoria, quello di cui vogliamo alleggerirci. Li abbiamo scritti. Chi si è portato da casa la sua brava cartolina già stampata e scritta (vedi la sottoscritta), chi ha lasciato il suo ricordo su uno scontrino dell'Autogrill elargitole dalla sottoscritta, chi scava fra i relitti dispersi nella borsa alla rinfusa in cerca di un pezzo di carta che raccolga il suo ricordo e sia disposto a immolarsi nel fuoco. Chi non vuole dimenticare nulla.
(La mia cartolina coi ricordi da bruciare).
Matteo legge alcuni dei nostri ricordi. Io ne ho due, sulla mia cartolina. Se vuoi saperli, te li dico, ma in confidenza. Davanti c'era scritto: "Quella volta in cui ho parlato in diretta ad Amnèsia e mi sono rovinosamente impaperata nelle parole, facendo una figura di merda in diretta nazionale. Questo treno è diretto a: venezia Santa Lucia. Fermerà nelle stazioni di: Monfalcone, Cervignano-Aquileia-Grado, San Giorgio di Nogaro, Latisana-Lignano-Bibione, Portogruaro - Caorle, San Stino di Livenza, San Donà di Piave, Quarto d'Altino, Venezia Mestre".
E dall'altra parte c'era scritto così: "Festa universitaria. C'è l'attuale, l'ex dell'attuale, l'ex CON l'attuale, l'ex dell'ex e pure l'ex ex ex".
Ecco quali sono i ricordi che si accartocciano su loro stessi e vanno coraggiosamente incontro al loro destino: cenere alla cenere. Un pezzettino, una scheggia della mia memoria si è fuso con tanti pezzettini della memoria degli altri, frantumandosi e disfacendosi fra le fiamme di un falò stregato che continua a ardere sotto la pioggia. Non so se mi sento più leggera, adesso che i ricordi si sono dissolti, portati via dal fumo. Però mi sento di sorridere.

Chiedo a Matteo se si ricorda di me, della mia telefonata in diretta (e, porca vacca, chiedere a uno che conduce Amnèsia se SI RICORDA, mi pare un po' paradossale). Si ricorda. Mi dice che quella puntata l'hanno sentita tutti, lì. "Ero in macchina, e piangevo per te", mi dice uno dei tecnici. "Ma come! Mandi il messaggio, dici che ti ricordi tutte le fermate del treno... il mantra... e poi te le faccio dire in diretta e mi fai 'mi sono dimenticata la prima'... Ma dai!", mi dice Matteo.
Ottimo, mi sono fatta più di quattro ore di treno e due di macchina per farmi prendere per il culo anche qui, come se non bastassero i miei amici a casa! Dico io. Si ride.
Ormai sono completamente fradicia. La pioggia non accenna a smettere, quindi non ci sarà l'Amnèsia night. Scopro improvvisamente di essere esausta per il viaggio. E' ora di andare. Ma prima, la foto di rito. E me ne frego se sono stravolta, se sono zuppa come un pulcino appena uscito dall'uovo, se le ore di viaggio mi hanno invecchiata di dieci anni.
"Matteo, vieni qui! Foto! Bisogna documentare, altrimenti non ci crede nessuno".
(Immortalati nel momento esatto in cui avveniva questo scambio di battute:
MATTEO: "Ma senza f..." (lash)?
IO: "Ma sì, dovre..." (bbe esserci).

Lo ringrazio. Ma non per la foto, non solo. Per tutto. Ma prima voglio sapere un'ultima, fondamentale cosa: voglio sapere chi è che mi ha inconsapevolmente regalato Beirut e gli Efterklang (chi me li ha fatti scoprire), chi è che sembra aver saccheggiato il mio iPod per la scelta delle musiche del programma. Mi dice che i colpevoli sono soprattutto lui e Tiziano. Devo molto a questi due signori, giuro. Molto più di quanto credano.

Ma è notte, ed è ora di andare.

Il ritorno è stanco e lento, è una telefonata notturna alla mia migliore amica per sapere se c'è un treno per tornare a casa. Non c'è. Devo rimanere a casa di Daniela. Mi sembra di essere di disturbo, ma o così, o avvolta nei giornali alla stazione di Vicenza, al binario giardino.
Al mattino riparto, Daniela, il mio angelo custode (approfitto, se leggerà, per ringraziarla ancora) mi accompagna ad Abano Montegrotto a prendere il treno.
La saluto, la abbraccio, e riparto.
Breve sosta a Venezia, e vedo i giapponesi che (si sa) fotografano tutto quello che vedono. Quindi fotografo i giapponesi che fotografano tutto quello che vedono.
(Se guardi bene c'è un giapponese che fotografa. Guarda bene).
Il ritorno è pieno di fate carabine che trasformano i tizi in fiori e dal treno rivedo tutte le fermate che avevo bruciato la notte prima. Stanno benissimo, sono ancora lì. Quando rientro a casa, c'è la mamma. E c'è il pranzo. Ecco una cosa che non vorrei mai dimenticare: quella pasta ai funghi della mamma che ho trovato ad aspettarmi.

C'è solo una domanda che mi resta addosso dopo tutto questo: chissà se i pesci si innamorano?

 
16 Giugno 2009

SimOne

Ti troverò. E sarai come ti voglio. Ti farò aderire alla forma dei miei desideri.
Mi porterai a San Giusto e insieme attraverseremo l'aria calda, l'estate umida che si appoggia sulle nostre schiene. Ti piacerà la Weizen, e non mi prenderai in giro se non reggo l'alcool. Starai a guardare il mare con me, e ti renderai conto che non c'è niente da dire: mi passerai solo la bottiglia.
Ti piacerà girare in macchina fino alle tre del mattino. Ti piacerà l'Autogrill.
Ti troverò, e avrai la forma dell'acqua.
Leggerai Doonesbury, e troverai eccezionale la mia idea per la tesi di laurea. Amerai Rushdie e Nick Hornby, i film di Gondry e di Wes Anderson, il secondo album dei Radiohead, i Baustelle e Beirut.
Litigheremo su Stefano Benni e magari anche su Proust. Non mi tradirai. Capirai cosa ci trovo di così affascinante negli spot televisivi. Sarai come ti voglio, ti immergerai nel liquido amniotico dei miei sogni.
Avrai gli occhi più belli e più dolci che abbiano mai osservato il mondo. Mi porterai allo zoo, senza fare tante storie sul fatto di "quei poveri animali che soffrono nelle gabbie" e bla bla... Sarai cinico al punto giusto. Avrai sempre una nuova canzone da regalarmi, o una citazione da posare sul mio cuscino.
Avrai un naso importante, e gli occhiali. Non indosserai mai una maglia a collo alto e avrai il buon gusto di non prendermi in giro per come parlo.
Ti piacerà oziare, e passeremo ore e ore sul divano, finché io non ti butterò per terra con un calcio. Laverai tu i piatti, io in cambio pulisco il cesso. Mangeremo cinese direttamente dalla scatola ingozzandoci di shao-mai e tv-spazzatura e tu non chiederai "perché guardi quella roba?" perché capirai il suo valore catartico.
Sarai fatto della materia di cui sono fatti i sogni. E coglierai questa citazione.
Mi farai piangere. Mi dirai delle bugie. Ma piccole piccole.
Mi dirai delle frasi romantiche, ma poi ti metterai a ridere perché ti sentirai buffo e un po' coglione. Uscirò dal camerino e tu mi dirai che quella gonna mi ingrassa e io mi arrabbierò e tu mi abbraccerai e faremo la pace davanti a una mousse al cioccolato e tu mi dirai che anche quella mi ingrassa.
Sbufferai quando pensi che non ti guardo ma poi ti sgamerò. Garantito.
Sarai come ti voglio, come ti ho sempre voluto.
Amerai i viaggi in treno, l'Inghilterra, i baci sul collo, cercare quadrifogli (ma dovrai abituarti a essere battuto), stare sotto la doccia, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i messaggi della buonanotte, le gare di rutti, le sere d'estate, le foto in bianco e nero.
Mi porterai a una mostra d'arte contemporanea senza dire "potevo farlo anch'io" e saprai chi è Maurizio Cattelan. Avrai un pigiama buffo e il vizio del fumo. Ci saranno serate in cui non avrai voglia di studiare e allora cercherai di distrarre anche me perché non sai cosa fare.
I tuoi saranno baci, non gastroscopie. Avrai un talento: per la fotografia o per la musica, ancora non so.
Sarai un po' sfigato, e mi mostrerai le tue foto della seconda media con l'apparecchio. Io ascolterò "Black Star" con il computer in grembo e tu mi arriverai a sorpresa da dietro il divano e mi bacerai sulla spalla destra.
Ti porterò a casa mia, e mio padre ti piacerà. Mia mamma un po' meno. Mi porterai in giro a fare spese ma ti perderò in videoteca. Andremo a giocare in libreria, io ti proporrò qualche esperimento dadaista. Mi abbraccerai senza stritolarmi, mi accarezzerai senza farmi il solletico (a meno che non sia proprio questo quello che vuoi ottenere, e allora conoscerai i punti giusti e mi torturerai perché ti piacerà sentirmi ridere sguaiatamente). Sarai pigro.
Faremo insieme i cruciverba, ma tu sarai più bravo, e allora pianterò il muso. Lascerai in giro i tuoi calzini sporchi e starai in pigiama fino a tardi.
Mi farai ridere.
Sarai acuto, perspicace. Mi farai conoscere cose nuove, ti farò conoscere cose nuove. Posti nuovi. Ascolterai Amnèsia, ti piaceranno i fiori di zucca fritti, mi farai i regali (quasi) giusti, profumerai di Ck One e non di deodorante Axe, uscirai coi tuoi vecchi amici per due tiri a basket, tornerai tardi, io mi arrabbierò ma poi faremo pace.
Mi troverai un soprannome originale, scoprirai che assomiglio a qualche personaggio dei fumetti, mi ruberai le penne dallo zaino, voterai a sinistra, avrai visto almeno tre volte "Ovosodo" di Paolo Virzì, e sarai una persona sincera e fedele.
E la sera tornerò troppo stanca per fare l'amore, ma poi mi convincerai e poi mi prenderai in giro: "ma non eri troppo stanca?". Apprezzerai la mia intelligenza, saremo amici. Mi porterai a Londra, e ad Amsterdam, e ci prenderemo una sbronza insieme e mi dovrai tenere la fronte tutta la notte. Mi dirai cose che non avevi mai detto a nessun altro. E basterà uno sguardo, un'alzata di sopracciglia per capirci. Saremo complici, e a volte rivali. Avrai una felpa della Converse e un orologio enorme, col cinturino in acciaio. Avrai un bel sorriso e un'espressione malvagia per le occasioni speciali. Sarai alto, e a volte sarai un po' triste. Sarai il mio principe in bicicletta.
Sarai come ti desidero.


...
Bip. "Salvare le modifiche all'avatar?"

Bjork

 
27 Maggio 2009

Poesia.

Messaggi. Nuovo messaggio. Nuovo SMS. Scrivi.

- In corpo ho 4 bicchieri di vino (2 d bianco, 2 d rosso), sn vestita cm UN modellO d Calvin Klein, sto ascoltando The Bends dei Radiohead e le stelle nn sn mai state csi vicine. Scusa, avevo bisogno d condividere il momento.


1 nuovo messaggio. Leggi.

- Uau... io ho visto il canto di paloma, ho la bora in faccia e sto x vedere kill bill vol 2.. e ho i pantaloni rotti..


Risposta.

- Ah e in aggiunta: mi è appena passato davanti un porcospino (in piazza ad Aquileia!). E poi dicono che la poesia nn esiste..

 
02 Maggio 2009

Sachertorte

Il mondo adesso è d'insonnia e pizza messa a scongelare alle 4 del mattino. E continuano a piacermi quelle foto fatte con l'obiettivo aperto, con tutte le luci con la scia, i neon delle insegne di Hong Kong. Stavo pensando alla bellezza che si nasconde nella ruggine dei chiodi, e al fatto che esiste una corrente di pensiero che proclama un'estetica relativista: dopotutto, anche noi due crediamo nella poetica dell'Autogrill. Ecco, le mie corse notturne in macchina, ad esempio, quando il solo scopo nella vita è un'inversione a "U".
Forse avrei dovuto dirtelo prima: non c'è una morale, nè un senso logico, o un qualche progetto intellettuale. Non cercare. Siamo solo prigionieri di James Joyce, noi che studiamo a Trieste.
Il mondo adesso è un kimono e una palude liofilizzata. Non posso tornare, perché non ho un altro kimono. Chiacchieriamo a proposito di effimere forme d'arte buddhista: vai a cercare su Wikipedia.
L'avevo già scritto, ma in testa non ce l'ho il comando "salva con nome" per cui tante cose sono andate a farsi friggere.
Il mondo adesso è take away. Il mondo adesso è chiedersi quand'è stato il momento esatto in cui ho smesso di essere Fosca ed ho iniziato ad essere Fo. Poi magari ci penserà il finestrino del treno a sbiadire i contorni. Ma poi mi chiedevo, giusto l'altro giorno ...perché tu, che sei solo un concentrato di provincialismo frustrato e di pessima letteratura, dovresti meritarti una canzone che parla di te? Ci sono cose che non capirò mai nei rapporti interpersonali. La cancellina Bic come moderna forma di Indulgenza. Ho pensato che non mi piacerebbe stare con uno il cui nome potrebbe comparire sul calendario del computer o sul timer di un forno a microonde. Tipo "Gio" o "Max". Si parlava della broken windows theory. La trovi interessante?
Ehi, potremmo uscire qualche volta, potresti misurarmi il ph e farti mandare a fanculo. Che ne dici?
Un ragazzo? E cosa dovrei farmene di un ragazzo, scusa? E' come un elefante: bello da vedere, ma non ne vorrei uno mio. Hai presente la pastora Marcela nel Don Chisciotte? "Io son nata libera e per poter vivere libera ho scelto la solitudine dei campi; gli alberi  di queste montagne sono la mia compagnia; le chiare acque di questi ruscelli i miei specchi; agli alberi e alle acque confido i miei pensieri [...] Io gli dissi che il mio proposito era di vivere in perpetua solitudine e che soltanto la terra godesse il frutto del mio isolamento e le spoglie della mia bellezza". Ecco, tipo così. Eremitaggio sentimentale. Adesso chiudo gli occhi, sorrido e respiro forte.
Ti va se celebriamo un suicidio collettivo e immoliamo le nostre viscere al Dio Sole? Io sono libera martedì.
Ecco una cosa che mi stavo dimenticando, e sarebbe stato un peccato: è Primavera, e dopo le piogge, ai bordi delle strade sbocciano le primule e i vigili urbani.
Dammi un morso sulla spalla, è l'unica cosa che mi manca per svegliarmi. Tu potresti pensare il contrario, ma col tempo ho imparato la gestione e il contenimento dell'aggressività. Ho imparato a rigirarmi la Crisi fra le dita. Sono stata brava, adesso vorrei un morso sulla spalla e un paio di Converse a pois.
Poi (ogni cosa a suo tempo) voglio il mondo capovolto, voglio imparare a fare i cerchi di fumo, voglio riempire una valigia con relitti di capitalismo e lische di insicurezze e trascinare altrove la mia inadeguatezza.
E poi, mi conosco, pesterò i piedi per averne ancora.
Trieste mi ha insegnato la reattività ai semafori pedonali, e altre piccole tattiche di sopravvivenza urbana. Ma, per dire, credo che la barista abbia molto da insegnare. Non so se te ne intendi di japanisme e delle influenze su Van Gogh... potrebbe uscirne una buona tesi di laurea. Me lo dicono sempre tutti, dovrei lavorare sulla mia femminilità. Ma io penso semplicemente che esistono tanti modi di essere femminile, quante sono le donne del mondo. E forse qualcuno di più.
Il mondo adesso è assimilazione ed elaborazione degli input, e tessere i link in una ragnatela coerente. Il mondo adesso è serendipità (più di quanto tu creda). Ma il mondo adesso è anche smettere di farsi abbagliare dai raggi verdi: ho un bel paio di Ray-Ban.
Intanto che aspettiamo di morire, diamoci al feng-shui. Diamoci alla Capoeira, al Muay Thai. Diamoci a nuove sperimentazioni nell'ambito dell'arte figurativa. Ai classici del '700 inglese. Al sesso promiscuo. Al consumismo compulsivo. Diamoci al vegetarianesimo biologico crudista. Alla comunicazione assistita. Alla neo-socioantropologia psicobiologica francese. Alle ultime tendenze dell'indie rock anglosassone. Allo Yoga. Al Pilates. Alla pornogoliardìa. Tanto rimarremo sempre gli stessi stronzi di prima.
Forse dovrei decidermi a chiederti cosa ne pensi di me. Spingerti a recensire la mia personalità. Ma non ho bisogno di parlarti dell'angoscia del feedback, perché la conosci anche tu (siamo uguali noi due, ma io sono più uguale di te). Posso cambiare. Non posso migliorare, ma posso cambiare.
Offrimi una birra: parleremo degli effetti collaterali degli anticoncezionali orali. O di quella sera a Montmartre. Oppure della morte lenta della facoltàdilettereefilosofia.
O, se preferisci, parliamo di te. Se posso darti del "tu", naturalmente.
Lei non sa cos'è la sachertorte? Continuiamo a farci del male...

 

Tags: me caos delirio
 
27 Aprile 2009

Vivendo

Mi accorgo che sto vivendo. Strano, non è da me. Non so come sia potuto succedere, ma sto vivendo. Whoa. Per l'amor del cielo, c'è gente che vive sicuramente di più e meglio, ma io mi accontento di poco. Mi piace 'sta cosa del vivere. Pensa che non volevo provare, avevo paura che facesse male. Oddio, farà anche male ("vivere nuoce gravemente alla salute") però ne vale la pena. Il difficile poi è smettere, se prendi il vizio.

life

Tags: me life
 
07 Aprile 2009

Quanto pesa la tua maschera?

Oggi come ieri, ieri come sempre. Passeggi per strada con un riflettore puntato addosso, e lo sai. Stamattina ti sei scelta con calma i vestiti, ci hai messo mezz'ora ma il risultato deve sembrare casuale. Perché tu "non ci badi poi tanto". Colazione cornetto cappuccino, poi imbottisci di libri la tua borsa a sacco con le facce dei baronetti di Liverpool. Nella borsa: il testo per il prossimo esame; un astuccio fricchettone comprato all'equosolidale con qualche penna dentro, e la tua matita di Spongebob; un pacchetto di Camel Light; un cd che in fondo neanche ti piace, ma cosa non si fa per essere testa e piedi dentro l'indie? e poi Pasolini, che ti senti all'altezza per capirlo e per discuterne davanti a un caffè il giovedì pomeriggio.
L'iPod in tasca, il random ti premia con le ultime novità della discografia indipendente italiana, e via andare. Alzi gli occhi, assumi un'espressione svagata, come se vedessi il mondo per la prima volta. Ormai è un tuo marchio di fabbrica, quell'espressione vagamente stupita, le labbra semiaperte, il sorriso perso. Sarà per questo che dicono di te che sei imbranata, sei rincoglionita, sei persa? "Oh, ma è fuori questa!". La STRAMBA.
Porti a spasso Emily the Strange fino a lezione, e ti fermi sullo stipite della porta a fumare le tue sigarette. Chi direbbe mai che in realtà non tiri, che fumi "a bocca"?
Hai sempre qualcuno con cui chiacchierare, perché fra una festa e un concerto, ormai conosci un bel po' di gente. Ma soprattutto la gente conosce te. Ti conoscono?
A lezione ti vesti del tuo sguardo perplesso, sperduto e lo rivolgi contro il tuo professore. A volte, soffocata dalla noia, scrivi qualcosa sul banco. Rubi le parole ai Verdena, a Baudelaire, a Lou Reed, a Nietzsche (sei sicura di sapere come si scriva?)... ogni tanto a Saba, se ti va di essere autarchica. Vuoi rendere partecipi tutti degli scampoli di Verità che hai trovato incastrati fra le pagine di un libro.
Il pomeriggio lo passi fra i libri, con la matita infilata fra i capelli, ogni tanto mordicchi la penna con fare assorto. Hai a che fare con la Grandezza, ma non per questo ti sentirai più piccola. Mordicchi la penna e tanto basta. Cervantes, Deleuze, Levi-Strauss e Proust saranno buoni argomenti di conversazione da tirare fuori dal cappello a cilindro ogni volta che ne avrai bisogno.
Un aperitivo con due o tre amici in una qualche bettola (che però cazzo: quant'è folkloristica?). Spritz, naturalmente. E lì sei tu. Sei il centro del mondo, sei l'astro celeste intorno al quale ruotano i pianeti. Sei un animale da palcoscenico.
Ovviamente lo sai che almeno uno di loro è fottutamente innamorato di te, ma fingi di non averne idea, fingi di non sapere quanto bella sei e cosa gli fai dentro. Giochi al gatto col topo. Giochi a fare l'inconsapevole bellezza ignara di sè e del suo splendore.
Ti piace essere una strana, meravigliosa creatura.
Ti invitano a un concerto di un gruppo etno-gipsy-folk polacco. Ti invitano a una retrospettiva su un regista francese degli anni '40 morto suicida. Ti invitano a una mostra fotografica in un Centro Sociale Autogestito. Ti invitano nel loro letto, ma meno esplicitamente.
Una volta a casa, stasera, posterai su facebook le foto dove baci con la lingua la tua migliore amica a Capodanno, guarderai di nascosto il Grande Fratello, ti dedicherai alle tue velleità artistiche con qualche nuova masturbazione narrativa ispirata dalla lettura di qualche scrittore esordiente armeno (tipico risvolto di copertina: "la rivelazione dell'anno").
E poi ti infilerai fra le coperte, sotto al tuo piumone con le chioccioline rosa del quale vai così fiera, e finalmente ti addormenterai esausta. Esausta, perché recitare stanca. Quello dell'attore, si sa, è un mestieraccio.  

double

 
01 Aprile 2009

Pochi semplici ingredienti.

Pochi semplici ingredienti:

La Bora che spazza il mare con macchie casuali. La Bora che solo adesso, dopo tre anni, l'ho capita.

Capelli lisci che mi solleticano la nuca, e l'impatto delle mani gelide di un amico sulle spalle, all'improvviso.

Buffi incidenti con l'iPod, dei quali verrà a conoscenza solo una cerchia ristrettissima di amici.

"Yellow" dei Coldplay in loop.

Alzare la testa, guardare le nuvole e sorridere senza un perché, notare particolari e dettagli, e capire che ogni tanto vale la pena di smentirsi. Tradirmi e scoprirmi schifosamente poetica.

Look at that noise.

Il mio soprabito che fa molto esistenzialista, e che mi avvolge e che mi sbatte contro e che era una vita che non lo tiravo fuori dall'armadio e che mi fa più magra e che mi rende una macchiolina nera sulla superficie del mondo.

Riscoprire ancora una volta la bellezza indescrivibile di Trieste, e quel suo sbattertela in faccia solo per farti crepare d'invidia. Rubare dettagli dalle facciate dei palazzi, rubarli e divorarli e metterteli dentro la pancia.

Illudermi (che almeno è gratis) che un giorno qualcuno possa sfregare la propria schiena sulle pareti del mio universo interiore. Il mio MERAVIGLIOSO universo interiore. E che cazzo, quando ci vuole ci vuole.

Cinque pacchetti di Marlboro Medium nello zaino, ed essere rassicurata perché so che ci sono.

E' fico parlare con te.

Fregarmene se su questo molo siamo decine, io LO SO che quel tramonto è solo per me.

Turnin' into something beautiful.

Ritrovare luoghi dove mi sono state raccontate meravigliose, sognanti bugie (bisogna sempre apprezzare gli sforzi narrativi, di qualunque natura siano).

Pensare che c'è una valigia, dentro la mia testa, e che tutto questo lo porterò con me, dovunque io vada.

Tu, che ancora una volta mi mandi a casa con un sorriso in tasca... chissà se hai detto che quella tipa ha i baffi solo per placare il mio senso di inferiorità o se è perché è vero?

La labilità delle percezioni e l'intensità nelle mie narici.

La consapevolezza che un giorno il dolore passerà. E che verrà sostituito da altro dolore. Ma pazienza.

Accorgersi di quanti pensieri sono stipati, ammassati nell'asfalto e nelle lastre di pietra che separano Androna Campo Marzio dalla Stazione Centrale.

E senza modestia pensare "cazzo, oggi sono bella".

Il desiderio di andare lontano, di perdermi nel mondo. Per poi avere il desiderio di tornare qui.

La voglia di rimettermi a leggere Proust, una fame che mi prende ciclicamente e che non soddisfo mai.

...

Pochi, semplici ingredienti, dicevo, e avrai il tuo bravo flusso di coscienza da riversare sulla tastiera del tuo pc una volta arrivata a casa.

yellow

Tags: me cazzi mia
 
18 Marzo 2009

Una rondine non fa il monaco

- E cosa te lo fa pensare?
- Mah, a dire il vero non lo so, mi sembrava abbastanza scontato. Insomma, direi che sei più tipa da autunno, con la sua vena malinconica, le foglie morte, lo spleen. O da inverno, con il gelo che scrive graffiti sul vetro della tua macchina. Cose così.
- Ah, quindi tu pensi davvero che io non sia in grado di apprezzare le farfalle, i passerotti, i ciliegi in fiore?
- Beh, dal tono sarcastico con cui hai pronunciato la parola "passerotti" direi di no.
- Ok, è vero. Lo ammetto: non amo i clichè della Primavera, ma ciò non significa che io non ami la Primavera. Solo che la amo in modo diverso.
- Ah sì?
- Levati quel sorrisetto ironico dalla faccia. Non pensi che magari a me piaccia andare al porto antico, e sedermi vicino al fiume, sull'erba? E magari scrivere, e ogni tanto tenere la penna tra i denti come il cane tiene l'osso, perché mi sono distratta a guardare una coccinella? Ecco, appunto: adoro farmi camminare addosso dalle coccinelle e dalle formiche, farmele passare da una mano all'altra, lasciare che si arrampichino sul mio braccio in un'epica scalata fino alla mia spalla. Adoro quel  solleticare quasi impercettibile.
O non pensi che io magari ami guidare a cento all'ora per i campi, col finestrino abbassato? Fare una deviazione di mezz'ora quando potrei essere a casa in cinque minuti solo per vedere il tramonto che si spande sull'erba nuova, guidare come se stessi ballando abbracciata alla strada, scivolare, sentirmi in sintonia con i fossi, e trovare la musica nel gracidare delle ranocchie, pensare che dietro ogni campo di grano c'è il divino, c'è Van Gogh..?
Credi non sappia apprezzare il vento che mi lecca il collo così come sconvolge le foglie? Oppure il sole che bagna i rami delle betulle, le macchie d'ombra sul prato, la sensazione di essere dentro un Monet? Credi che io sia così cinica da non apprezzare il formicolio dell'erba fresca sulla schiena?
Oppure passeggiare per il paese, sapendo che hai Feist nelle orecchie che scandisce i tuoi passi (one, two, three, four, five, six, nine and ten), e fermarti a rubare un ramo di fiori di pesco dal giardinetto della Posta per tua madre, e immaginare il sorriso che farà.
Trovare un po' di teoria del caos nel battito d'ali di una farfalla bianca, desiderare essere alga di fiume per fluttuare nell'acqua, cercare quadrifogli vicino alla panchina dove ho dato il mio primo (umido) bacio, immaginare di essere soffiata nel vento come un soffione, desiderare le bolle di sapone, interpretare la forma delle nuvole per trovarci dentro qualcosa da riconoscere... Credi che io non ami tutto questo?
Pensi forse che io non ami la subitanea, improvvisa incoscienza nascosta dietro le palpebre, polverizzata da uno sbattere di ciglia? La spossatezza primaverile, e ogni tanto la pioggia. Oppure... ma che hai da ridacchiare?
- Niente, è solo che non ti facevo così... poetica, ecco!
- E' proprio questo il punto: tu "non mi facevi" così. Ci tieni tanto, anzi, ci tenete tutti tanto a costruirmi secondo la vostra percezione, a "farmi", a disegnarmi con i vostri personali pennelli, che perdete il senso della prospettiva multipla. "And how can you know me and I know you?". In verità molti particolari del disegno vi sfuggono, ma voi continuate sempre a stilizzarmi.
- No, scusa. Adesso proprio non ti seguo. Chi sarebbero questi "voi"? Proprio non capisco.
- Non importa, tanto era una cazzata. Ti va un gelato?


Spring


ps. L'immagine qui sopra in realtà è un gioco di parole. Pensateci!

 
14 Marzo 2009

Magari.

Magari potrei indossare abiti diversi.
Magari potrei viaggiare in India con una bicicletta.
E che ne dici se mi trasferissi all'estero per la Specialistica? Magari potrei vivere a Londra...
Magari potrei decidere di rinascere, domani. Così, un po' a caso.
Potrebbe essere che abbia ragione lei. Vai a sapere.
Magari potrei provare a morire, domenica prossima. Tanto per vedere l'effetto che fa.
Tu che ne dici? Perchè io pensavo che magari ci si potrebbe cancellare da Facebook.
Che ne so? Magari domani imparo a suonare la batteria e vi mollo tutti.
Magari non so, tipo, mi rompo il cazzo.
Magari un giorno mi sposo uno tipo Francesco Bianconi.
Ho pensato che magari la mia vita potrebbe essere migliore, con la rinoplastica.
Magari domani ci odiamo.
Magari smetto di farmi la ceretta e vado via col Circo.
Che ne dici se magari facciamo a meno di ignorarci? Magari potresti scoprire che non è poi così terribile.
Ma ci hai mai pensato che magari basterebbe provare a dormire sull'altro lato?
Magari dovrei smetterla di controllare la mail, tanto ho capito.
Magari ho solo bisogno di nuovi amici, e musica nuova. O magari anche no.
Magari mi compro una tartaruga, un cappello a cilindro e mi do una sistemata.
Un giorno potrei provare a leggere la Bibbia, così magari capirei cos'ha di tanto speciale.
Magari un giorno mi dimentico di me.
Magari ne parliamo, se ti va.

magari

 
12 Marzo 2009

Cogito, ergo sum? Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Sento la necessità di aggrapparmi ai pensieri semplici, sfuggire la complessità, perchè la complessità è anomalia, è vertigine, è una scossa di terremoto che si sfoga sulla certezza. Allora cerco di essenzializzare, ridurre, schematizzare, perchè penso che ciò mi riavvicini all'istintualità, ai meccanismi causa-effetto più rozzi. Alla leggibilità.
"Pensi troppo". Me lo dicono spesso. Oggi sublimo l'urgenza di abbandonare il pensiero (abbandonare il Pensiero), aggrapparmi alla stupidità dell'essere UMANO, potermi vivere come carne, e corpo. Corpo-macchina, non corpo-pensante. Korper, non Leib. Denotazione, non connotazione. Significante, non significato.
Abbandono delle sovrastrutture, divorzio dalle pieghe recondite dell'analiticità, addio alle armi dell'intelletto. Per cercare di essere semplicemente STUPIDA, semplice. Felice.
La mia esigenza è di spogliarmi, per tornare ad essere corpo e materia nuda. Disimparare a pensare, così come Picasso "disimparò" a dipingere.
"Ma quello che mi piace è star distesa sulla terra, e sincronizzare il fiato con il battito che ha; esplorare SENZA LUCE le stanze del cervello, e annusare l'aria per capire se domani pioverà". Mi piace? Mi piacerebbe.
Vorrei dimenticare parole come "solipsistico" ed "epistemologico". Ancor di più, vorrei disimparare a parlare, tornare al verso animale. Vorrei non sapere, vorrei non sapere di non sapere. Vorrei poter guardare il Grande Fratello, e lasciar perdere tutti quei fottuti libri.
Ho bisogno di spegnere le sinapsi, strapparle via: una sorta di lobotomia concettuale; terapeutico, a suo modo.
Smettere di pensare. Perchè sarebbe più facile.
Però, amico mio, leggi qui. "Sublimare", "Korper", "denotazione", "sovrastrutture", "Picasso". Mi smentisco nel momento stesso in cui lo dico. La mia esigenza di brutalizzare il mio "cogito, ergo sum" non è altro che l'ennesima costruzione intellettuale, un autoinganno. L'ennesimo autoinganno metalinguistico e metaconcettuale di una mente che tenta invano di cannibalizzare se stessa.
Le seghe mentali sono il mio vizio più brutto; più brutto del fumo e della mia onicofagia; e come tutti i miei vizi più brutti, non riesco a smettere. Chissà se esistono dei cerotti per smettere di pensare? "Il pensiero nuoce gravemente alla salute".

Tags: me
 
08 Marzo 2009

Se mi tradisci ti cancello.

Tutto ciò non merita nemmeno mezza riga.

Tags: me
 
06 Marzo 2009

Se mi lasci NON ti cancello

Ho temuto questo momento, ne ho avuto paura. Paura di te, della tua reazione. Paura della novità, dello sconvolgimento, della tua irruenza. Paura di ferirti, di colpirti duro in faccia, e di lasciarti un segno difficile da mandare via. Ho avuto paura di forzarti in bocca un cucchiaio con un boccone amaro, di farti masticare e mandare giù olio di ricino emotivo. Ho avuto paura per me, paura per te.
Nulla di più sbagliato.
Mi hai sorpreso, o forse io non ho mai capito un cazzo. Ti ho sottovalutato, ti ho sopravvalutato, non lo so. Tutto è stato così semplice, e tu lo hai reso possibile: mi hai fatto ridere, e sorridere, e pochi minuti dopo mi hai fatto piangere.
Ma soprattutto, mi hai regalato qualcosa da ricordare: l'imbarazzo nel salutarsi così, come vecchi amici, con due baci sulle guance. Un brindisi così buffo alle nostre vite e ai nostri futuri divergenti. Una Kilkenny e una Weizen.
Mi hai regalato la tristezza. E' stato buffo, e un po' nostalgico. E' stato familiare, e surreale. Hai giocato con il mio imbarazzo, mi hai regalato una risata di cuore (più di una). Mi hai regalato un pianto catartico all'una di notte, sola nella mia stanza, davanti allo schermo di un computer.
Un sorriso, perché è sorprendente la maniera in cui mi conosci. O forse è solo la mia prevedibilità.
Non so come mi sono ritrovata qui, a scrivere. A scrivere a te, a scriverti cose che già sai, e che probabilmente non leggerai mai. Non ripensamenti, non rimpianti, solo scriverti perchè questa è l'unica cosa che so fare: lavare i miei panni sporchi in pubblico. Forse è inopportuno o volgare. Ma dopotutto io "bevo birra e rutto... cosa vengo a parlarti di volgarità", giusto?
Hai irriso le mie scoperte, e le mie convinzioni, ancora una volta mi hai guardato dall'alto della tua esperienza, con arroganza e sicurezza. Come sei tu.
E' stato buffo e tenero vederti così, a crogiolarti nell'autocompiacimento, mentre il tuo ego ingrassa come il tuo gatto. Una volta l'avrei odiato, perchè non possedevo la giusta distanza. Ma adesso, l'unica risposta possibile è un sorriso.
Sei una persona speciale, sei fuori dalla norma. E SAI che è il complimento più grande che io possa farti. Voglio solo che tu lo sappia, in un modo o nell'altro. Nel bene e nel male (oddio, forse più nel male) tu sei come nessun altro. Saprai farti valere, ne sono certa. Saprai farti strada nel mondo, costi quel che costi. Hai già cominciato. Buona fortuna, di cuore.
E' stato un gioco al massacro, il nostro. Ma in certi momenti è stato un dolce gioco al massacro. Io sono stata vittima, e tu carnefice. Tu sei stato vittima, e io carnefice. E ora tutto ciò si è disciolto, lasciando solo l'affetto. Strano.
Abbiamo fatto la cosa più giusta.
Non sei uscito sbattendo la porta e nemmeno io sono uscita sbattendo la porta (dicendo "non mi cercare, io per te sono morta". Ma tanto tu le citazioni non le capisci mai, perciò è inutile), ma ci siamo guardati annuendo e ci siamo tuffati nel mondo. Ognuno per la sua strada (immagine abusata, lo so), ognuno cercherà il suo percorso nel labirinto, ma un filo sottile ci legherà sempre. Anche mentre avvolgeremo nuovi gomitoli, e tesseremo nuove trame. Anzi, parliamo al presente: mentre AVVOLGIAMO nuovi gomitoli, e TESSIAMO nuove trame.
Amerò. Amerai. Qualcun altro. Qualcun'altra. Ma sempre, e per sempre, ti vorrò bene.
Sogni d'oro. E buon viaggio.

Tags: me
 
01 Marzo 2009

La calma in 6 gocce.

Di solito Amnèsia mi basta (http://www.radio.rai.it/radio2/amnesia/). Di solito i Radiohead mi bastano. Ma a volte c'è bisogno di qualcosa di più forte.
Tipo quando ti fa male la schiena perchè hai i muscoli contratti, o quando il respiro si fa affannoso, e lo stomaco ti si rivolta contro. O quando non riesci a battere sulla tastiera, perchè ti si ingroppano le lettere. Le parole, in generale. Le parole che si accavallano, che escono difficilmente.
E il mal di testa: come sempre, proprio sopra il naso. Cazzo, che mal di testa.
Non ho scusanti, non ho un motivo vero per essere incazzereccia. Ma lo sono. Vorrei essere accomodante e piacevole, invece riesco solo ad essere indisponente e carogna. Cattiva. Stronza.
Potrei invocare la crisi economica, il clima, gli ormoni. Ma sarebbe disonesto. In realtà non c'è motivo alcuno.
Ansia.
Ma perchè?
Non capirò mai perchè ogni tanto mi assale il panico, e visto che non capisco non posso trovare dei feticci per combatterlo. Riversarlo su qualcosa o qualcuno. E allora l'unica cosa da fare è rovesciare quella boccetta con l'etichetta bianca e blu, lasciando scivolare nel bicchiere 1... 2... 3... 4... 5... 6 gocce oleose. DEPAS è indicato nel trattamento di: stati d'ansia, ansia somatizzata, disturbi del sonno di varia eziologia. Direi che è calzante: mi rappresenta.
Prendo un cucchiaio da thè, mescolo l'acqua nel bicchiere. Il Depas ha un vago aroma di arancia, te ne accorgi quando hai il bicchere sotto il naso e stai per ingoiare la tua dose di atarassia artificiale.
Ancora non basta.
Aspettando che faccia effetto, mi rintano in terrazzo (approfittando dell'assenza dei miei genitori) e mi accendo una sigaretta. Tutto questo merita una Medium.  Il rumore della carta che brucia è soffice. Immediatamente la pressione scende, a ogni boccata lo sguardo è invaso da spruzzate di nero. Getto il mozzicone sul marciapiedi.
Torno al pc, e ci ritento, con Amnèsia... ora va meglio. Tento di rievocare i miei sogni di stanotte: un giorno, forse, vi renderò partecipi. Ma adesso no, adesso voglio solo attendere che le gocce facciano effetto. E scivolare_galleggiare.

ansiolitico

 
09 Febbraio 2009

Io te l'avevo detto

-Io te l'avevo detto.
Sì, è vero: lei me lo aveva detto. Lei lo sapeva sempre prima. E quando poi le sue profezie si avveravano, diventava tronfia come un tacchino, si gonfiava di soddisfazione fino a diventare almeno 10 centimetri più alta (E non le guastavano, visto che, detto fra noi, era una nanerottola). Arricciava il nasino, gli occhi le brillavano. Socchiudeva le palpebre e mi guardava di lato, un mezzo sorrisetto soddisfatto spuntava sulla sua bocca, e poi: -Io te l'avevo detto.
Non si può dire che non avesse ragione. Ce l'aveva quando mi ero iscritto a Scienze Politiche, credendo che quello fosse "il momento buono per i laureati in questa disciplina, che dalle aziende sono considerati più versatili rispetto ai laureati di altri campi". Vi do un consiglio: mai ascoltare i servizi di Tg2 Costume e Società. O comunque mai farne una discrimine per le vostre scelte di vita.
Lei, invece, dall'alto della sua lungimiranza, aveva scelto per Economia Aziendale, forte di tutta una serie di calcoli e strategie che si era costruita nella sua testa, e che comprendevano: rapporti familiari, rapporti di amicizia, rapporti familiari di amicizia... rapporti umani imbottiti di utilitarismo. Detto fatto: una settimana dopo la laurea (110, e un bel pianto isterico in bagno perchè non aveva ottenuto la lode) aveva una scrivania, una lampada da tavolo, un ficus benjamin e un tailleur.
Io, una settimana dopo la laurea, avevo un bancone, una rotella per tagliare la pizza e un grembiule. Due settimane dopo la laurea non avevo più neanche quelli. E' stata lei a elemosinare per me un lavoro d'ufficio nell'azienda di laminati metallici di suo zio. Ma, ovviamente, sapeva già che prima o poi l'avrebbe dovuto fare.
-Io te l'avevo detto.
Me lo aveva detto anche quella volta che avevo provato a investire i miei magri risparmi nel business delle energie rinnovabili. Pannelli solari, eolico, fotovoltaico. "Le energie rinnovabili sono il futuro del nostro pianeta!": così recitava la brochure del franchising.
-Forse potranno essere il futuro del pianeta, ma non di certo il tuo. Comincerai a trascurare il tuo VERO lavoro per dedicarti a questi giochetti. Non promette niente di buono.
Che ve lo dico a fare? Aveva ragione. I paesotti della bassa pianura dove abitiamo sono dei vivai di piccoli imprenditori semianalfabeti e di parrucchiere del tutto analfabete: probabilmente una parola come "fotovoltaico" non riuscirebbero nemmeno a pronunciarla. Ero riuscito solo a vendere un impianto a pannelli solari a una coppia di professori anziani senza figli, che probabilmente erano stati sopraffatti dalla pena e dalla compassione, o dal fatto che avevano riconosciuto in me il figlio che non avevano mai potuto avere. Nient'altro.
-Io te l'avevo detto.
Lei me l'aveva detto anche quella volta della macchina. Lei voleva un SUV: pratico, sicuro, potente, "e poi ce l'hanno tutte le mie amiche". Ma io mi ero fatto entusiasmare dall'installazione di un distributore a idrogeno a 30 km da casa, e avevo scelto un'auto ecologica. Era scomoda, puzzava un po' di cane già prima dell'acquisto (la moquette degli allestimenti doveva aver preso un po' di umidità), costava più delle altre, era piccola, ma consumava pochissimo. E poi che comodità, col distributore a soli 30 km da casa! Sembrava fatto apposta per me.
Appunto. SOLO per me. Entro tre mesi il gestore aveva dichiarato bancarotta, e mollati baracca e burattini aveva aperto un chiosco di porchetta davanti allo Stadio Friuli. Adesso vado a fare il pieno in Austria, ma quando torno ovviamente il pieno è vuoto.
E LEI, sì, LEI me lo aveva detto.
L'ultima volta con la faccenda della casa ero scoppiato. Eppure lei me lo aveva detto, adoperando un tono ancora più sarcastico del solito. Lei me lo aveva detto che abitare vicino a un fiume era una pessima idea. A me sembrava così bucolico, invece. Addormentarsi con lo sciabordio dell'acqua che lambisce l'argine erboso, gli scafi delle barche che ondeggiano al tramonto, le alghe verdi che fluttuavano calme, come lunghi capelli di ragazza. C'era anche una coppia di cigni. Non ci ho pensato due volte, nonostante le sue recriminazioni inviperite.
Ma poi, passate solo poche settimane, ci ho pensato eccome: ci ho pensato quando il salotto ha cominciato ad essere invaso dalle zanzare e dai moscerini. Nulla li teneva lontani, potevamo solo tenere le finestre ben chiuse. E con le finestre ben chiuse, addio placido sciabordio dell'acqua. Ci ho pensato anche quando sui muri hanno cominciato a comparire strane macchie verdastre: una specie di test di Rorschach delle muffe casalinghe. Troppa umidità. Ci ho pensato anche quando le piogge si sono fatte meno frequenti, le acque si sono ritirate e le alghe hanno cominciato a marcire al sole, trasudando un odore acre, un odore di morte vegetale. Anche i cigni si erano rotti il cazzo di girare in tondo in quella specie di Stige dei vivi.
-IO TE LO AVEVO DETTO! Questa casa è una merda, non ne posso più di stare qui! Tu e le tue stronzate, quand'è che cresci una buona volta?!? IO TE L'AVEVO DETTO che era meglio quel mini-appartamento in centro! TE L'AVEVO DETTO, te lo dico sempre ma non mi ascolti mai, fai di testa tua. E la tua testa ha qualcosa che evidentemente non va! "I cigni"! Ma pensa te! E adesso ci ritroviamo in questo posto di merda perchè "a lui piacciono i cigni"?!? Sei un fallito, sarai sempre un fallito, MIA MADRE ME L'AVEVA DETTO che eri un fallito, ma io ho voluto fare di testa mia!
-Sta' zitta.
-Che cosa?!? Come OSI dirmi di starmene zitta dopo quello che hai fatto?
-Ti dico di stare zitta.
MI guardava con gli occhi colmi di incredulità: come avevo OSATO risponderle? Vedevo la sua vena del collo pulsare, il suo viso si era acceso di rosso in un istante, gli occhi spalancati. Digrignava i denti. Mi odiava. Poi ricominciò a respirare, e disse lentamente:
-Io. Te l'avevo. Detto.
-Dillo un'altra volta e ti strozzo.
Mi scrutò, sempre più indignata e incredula. Non disse nulla, prese la sua borsa di Gucci e uscì. Tornò solo la sera, e non mi parlò per tre giorni di fila. Furono i tre giorni più sereni della mia vita.
Ma purtroppo poi la noia, le convenzioni, la convivenza o la sua magnanimità hanno fatto sì che ricominciasse a rivolgermi la parola, e che ricominciassimo a stare insieme, sempre senza un reale motivo, sempre per inerzia o per paura. Era così che andava fra noi: i giorni scorrevano, si alternavano senza che ce ne rendessimo conto, gli anniversari da uno sono diventati due, poi tre, e così via. I regali di compleanno (i miei, sempre sbagliati; i suoi, ovviamente, sempre giusti) si accumulavano nei cassetti. Le parole si sprecavano, e i baci anche. Giorno dopo giorno. I giorni scorrevano uguali l'uno all'altro. Troppo uguali. Ma alcuni erano più uguali degli altri. E quello forse era un giorno più uguale degli altri.
-Non ci mettere troppo pepe nel sugo, che si rovina.
Sempre piaciuto un sacco, il pepe. La ignorai.
-IO TE L'AVEVO DETTO che stavi mett...
Non le lasciai finire la frase. Le piombai addosso, stringendole le mani attorno al collo, rubandole il fiato: non riuscì nemmeno a urlare. Con la mano sinistra la afferrai per i capelli e le spinsi la faccia nel piatto di pasta. Poi la feci cadere a terra. Cercava di resistere, di lottare, ma la sua faccia stava già diventando paonazza. Ero sopra di lei, come lo ero stato tante altre volte, tra le lenzuola. Solo che adesso le stringevo la gola con le dita, vedevo i capillari che si rompevano, nei suoi occhi, macchiandoli di sangue. La sua lingua, che tante volte avevo intrecciato alla mia, scattava disperatamente fuori dalla bocca, in cerca di un boccone d'aria, tentando disperatamente di ingoiare un po' di vita. Capii che c'eravamo quasi non appena vidi i suoi occhi rovesciarsi all'indietro. Un tremolio delle palpebre, e poi era finita. La guardai lì sul pavimento, la faccia imbrattata di sugo, la lingua che penzolava al lato della bocca. Potevo ritenermi soddisfatto. Mi alzai e mi asciugai il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Le diedi un calcio fra le costole, poi sorrisi.
-Io te l'avevo detto, amore mio. 
 
04 Febbraio 2009

Sia fatta la SUA volontà.

Voi.
Voi che vi arrogate diritti che non avete. Voi che alzate la voce al di sopra del silenzio. Voi che accendete fiaccole e intonate canti sotto le finestre.
Voi, che siete contro. Voi che non riuscite a capire lo strazio. Voi che accusate. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. L'avete detto voi.
Voi che credete nel perdono, ma non perdonate.
Voi.
Voi contro.
Che ne sapete VOI della sofferenza, dell'indicibile dolore di vedere la persona amata consumarsi piano sotto i vostri occhi? Che ne sapete della pena che si prova guardando quell'involucro che si degrada giorno dopo giorno, anno dopo anno? Io forse non ne so nulla... ma VOI?
Voi che date dell'omicida a un padre devastato dal dolore. VOI dovreste chinare il capo, e vergognarvi di aver anche solo PENSATO una cosa del genere.
Voi.
Voi che siete buoni, generosi, altruisti. Voi, sì lo chiedo a voi, se vi trovaste nella stessa situazione cosa vorreste? Siete così altruisti da desiderare che i vostri cari si prendano cura penosamente di una specie di geranio? Siete così generosi da desiderare che le persone che amate stiano per 20 anni al vostro capezzale vedendo il vostro corpo che si muta in qualcosa di irriconoscibile?
Si tratta ormai di un pezzo di carne. E voi non avete vergogna, ANIMALI, di contendervi quel pezzo di carne.
Voi, che innalzate le vostre voci credendo di arrivare al cielo. Dovreste solo stare in silenzio.
Un RELIGIOSO silenzio.
E lasciatela morire in pace. 

 
25 Gennaio 2009

Just

La sala fumatori di un pub. Una Marlboro fra le dita e la seconda Weizen in mano.

E la consapevolezza improvvisa di essere, semplicemente, ME.

Tags: me
 
24 Gennaio 2009

Della prolissità dello scrivere e del consumo fast-food dello stesso.

Guardo La Ricerca del Tempo Perduto sullo scaffale. O Guerra e Pace. Penso al Mahabarata. Ai Rigveda. All'Odissea.

O quel cazzo che vi pare.

E mi viene da ridere, perchè dicono che scrivo troppo. 

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23 Gennaio 2009

Den Lille Havfrue

C'era da chiedersi perchè si ostinasse. Ingenua, illusa, o forse solo testarda. Forse. Io credo che sapesse che lui non sarebbe mai tornato, credo che ne fosse consapevole, ma si rifiutava di ammetterlo a se stessa. Tipico delle ragazze come lei. Certo non si può dire che non possedesse la dote della perseveranza. Era capace di una resistenza encomiabile. Ore, giorni. Passando la vedevo sempre lì, con la schiena incurvata e un'espressione di vuoto sul volto, e mi chiedevo quale uomo avesse potuto abbandonarla in quel modo, riducendola a un involucro spento. Mi chiedevo continuamente se lui fosse conscio, ovunque si trovasse, della sofferenza di quella ragazza.
Forse lui sapeva, ma non gli interessava. O forse non sapeva. Ma se lo sapeva, era davvero un uomo senza qualità, per riuscire a resistere di fronte alla straziante attesa di quella ragazza.
Lei continuava ad aspettare, ogni dannato giorno della sua vita, con la segreta consapevolezza che lui non sarebbe mai tornato. Mai più.
Non parlava mai con nessuno. Stava lì, seduta, con l'aria assente, con le gocce di pioggia che le scendevano lungo il viso, e si confondevano con le lacrime silenziose. Intorno passava la gente a passeggio, ma lei ignorava tutti allo stesso modo. Niente riusciva a smuovere la sua attenzione. Lei continuava a guardare il mare. Solo il mare. Intorno passava la gente, ogni tanto qualcuno le rivolgeva la parola, ma lei non degnava nessuno di uno sguardo. Gli altri non le interessavano, non c'era nulla al mondo al di fuori di lui. Di lui, o meglio della sua assenza.
Era stanca, glielo leggevi in faccia: avrebbe voluto dormire, avrebbe voluto mangiare, avrebbe voluto parlare con qualcuno. Ma semplicemente non ci riusciva, perchè quella cosa era troppo grande per lei. Era impazzita, certo.
Ormai tutta la città sapeva di quella ragazza e della sua storia. Le voci corrono, si sa. E il pettegolezzo si ramifica in rivoli, versioni diverse di una stessa, triste storia. C'è chi parla di un aborto, e chi di un matrimonio segreto. C'è chi sostiene che lui fosse un contrabbandiere di sigarette e chi dice in giro che lei una volta avesse lavorato per la tv. Ma per me le cose erano molto più semplici: lui le aveva preferito un'altra. Tutto qui. E dire che lei avrebbe abbandonato tutto: il suo mondo, la sua ricchezza. Tutto, solo per lui. Ma lui non l'aveva capita; non si era sforzato di capirla.
Lei non era come tutte le altre, credetemi. La sua indifferenza verso il mondo, il suo essere "fuori" da tutto, mi affascinavano terribilmente, e al tempo stesso provavo un'incredibile pena per lei. Avrei voluto abbracciarla, portarla via da quel molo, proteggerle il capo dalla pioggia che le gocciolava addosso, prenderla in braccio e dirle che andava tutto bene. Avrei voluto portarla a casa mia, darle un accappatoio, metterle in mano una tazza di tè bollente, e chiederle di raccontarmi la sua storia. Ma non osavo, non potevo. Perchè sapevo che lei non mi avrebbe rivolto la parola.
Mi limitavo ad osservarla, cercando inutilmente di scorgere un indizio che mi permettesse di capire il suo mistero. Niente. Sempre uguale, tutti i giorni, sempre lo stesso sguardo, che non si sarebbe mai posato su di me. Aveva in mente solo lui. Nessun altro.
E la gente avrebbe continuato a passare, qualcuno l'avrebbe notata, forse. "Com'è piccola!" era quello che tutti pensavano quando la vedevano.
Era piccola, sì. Disarmata e troppo piccola per far fronte a un dolore così grande. Quel dolore la teneva lì, la incatenava e l'avrebbe sempre incatenata a quella roccia. Tutta la gente intorno non poteva capire. L'avrebbero guardata, le avrebbero rivolto un misero e banale pensiero, e avrebbero continuato la loro passeggiata per il porto.
Ormai stava calando la sera, e sapete, qui la sera fa freddo. Ma lei restava lì, imperterrita. Tutti tornavano alle loro case, mentre il freddo notturno cominciava ad abbracciare la città e invadeva il porto con sbuffi di nebbia. I lampioni spandevano intorno il loro pallido alone, mentre la luna si alzava sopra le nubi e guardava giù. Guardava noi ("come sono piccoli!" doveva pensare), guardava la ragazza, guardava Copenhagen. Ma la ragazza non guardava la luna, non rispondeva al suo sguardo. Osservava silenziosa solo il mare, e nient'altro.

 
17 Gennaio 2009

Mediocre celebrazione postuma di un grigio impiegato del catasto.

Sono morto nel 1994. E' un attacco a effetto, no? Giusto quello che ci vuole per richiamare l'attenzione dei lettori. Solo che purtroppo non è un artificio: è tutto vero. Io sono effettivamente morto nel 1994.
Un "banale infarto"... Ancora non capisco come mai queste due parole sembrano inscindibili, congiunte da una formula fissa piuttosto insensata, una di quelle che stabiliscono che una crescita sia sempre "esponenziale" e che una scoperta debba essere per forza "sensazionale". Cos'avrà di banale un infarto, poi? Mi sento addirittura un po' offeso, dal fatto che il mio infarto venga considerato banale. La morte è mia e non vi permetto di giudicarla! Che poi tutta la faccenda sia effettivamente banale, spetta a me dirlo.
E sì, ora che ci penso forse un po' banale lo è. Anche questo fatto del racconto postumo, insomma, del morto che racconta di cosa gli è successo, non è mica una novità. Avete mai visto quel film, "Il Viale del Tramonto"? Comincia proprio con un cadavere a mollo nella piscina che racconta di come è finito lì a galleggiare placidamente. Quando l'ho visto, ho pensato che era un'idea piuttosto bizzarra, e in ogni caso non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi io stesso nella medesima situazione. Beh, io non galleggio nella piscina di una vecchia attrice del muto, ma avete capito il senso.
Ora immagino che dovrei raccontare la mia storia. Credo sia questo l'iter da seguire in questi casi, no? ...Mi trovo un po' in imbarazzo: non so proprio da dove cominciare; non me la sento di cominciare dalla mia nascita, come nei romanzi d'appendice ottocenteschi: ho paura di annoiarvi.
Vediamo... potrei cominciare dalla fine. Mi ricordo che ero sull'autobus, stavo tornando a casa dal lavoro, la busta della spesa in mano. Dentro: un dentifricio al fluoro, un cartone di latte UHT, zuppa di carote in scatola, due yoghurt alla fragola vicini alla data di scadenza. Aggrappato alla sbarra sudaticcia e appiccicosa, mi guardavo intorno, ma in realtà non guardavo niente di preciso. Fino a quando non salì una ragazza. Troppo giovane per me, certo. Ma mi colpì, perchè era una macchia  di colore su uno sfondo grigiastro. Era vestita in una maniera piuttosto strampalata: portava un cappotto verde erba, aveva uno scialle giallo avvolto intorno alla testa (cosa strana per una ragazza così giovane) e le sue labbra vestivano con disinvoltura un rosso carico, che si stagliava sul suo viso pallido.
Dallo scialle usciva una ciocca di capelli castani, ondulati, all'apparenza così morbidi ma anche così ostinati, che si rifiutavano di starsene nascosti sotto la lana. Era troppo giovane per me, ve l'ho già detto. E quindi la osservavo cercando di non farmi scoprire: credo che sarei sprofondato sotto terra per la vergogna, se mi avesse beccato con il mio sguardo incollato sul suo rossetto. Ah-ah. Sprofondato sotto terra, in effetti, ci sono finito comunque.
Non fraintendetemi, nel mio sguardo posato su di lei non c'erano brutali istinti satireschi di predazione sessuale. E' solo che mi incuriosiva, non riuscivo a non guardare quella specie di Pippi Calzelunghe troppo cresciuta, quella dea del Naif e del Bizzarro. E' solo che mi sembrava, in qualche modo, pura. Ecco tutto.
A questo punto voi penserete che io sia morto su quell'autobus, con il cuore sopraffatto dalla visione della ragazza col cappotto verde... La sua immagine impressa nel riflesso delle mie pupille, le mie ultime parole solo per lei. No, niente di tutto questo. Ve l'ho già detto, non siamo in un romanzo dell'Ottocento.
Semplicemente, è arrivata la mia fermata, sono sceso e sono andato verso casa. Ho aperto il portone d'ingresso, salito due rampe di scale, ho infilato la chiave nella toppa e sono stramazzato a terra, senza un apparente motivo.
E così, l'ultima immagine a riflettersi nei miei occhi non è stata quella della ciocca di capelli ostinata e ribelle della ragazza, ma quella della portinaia: un metro e cinquanta di altezza per altrettanto di larghezza, una massa di capelli stinti cespugliosi e una vaga somiglianza con un cane pechinese. Fu lei a chiamare i soccorsi, dopo avermi trovato agonizzante sul pavimento del pianerottolo, con la bava che colava lentamente sul marmo e  la scatola della zuppa rotolata fuori dalla busta della spesa. Credo di aver avuto un aspetto abbastanza scomposto, in quel momento. Ero piuttosto in imbarazzo per quella mia condizione; insomma, mi sembrava piuttosto disdicevole farmi vedere in quello stato.
La portinaia non fece un verso. Non urlò. Non si mostrò per niente sconvolta. Un po' seccata, forse. Sbuffò, quando mi vide; alzò un sopracciglio, si voltò e andò a chiamare l'ambulanza. Devo dire che i soccorsi ci misero poco ad arrivare, non fui un altro caso di malasanità. Ma evidentemente il mondo reclamava la mia uscita di scena, ormai il mio spettacolo si era concluso, e così morii durante il trasporto in ospedale.
Beh, che vi aspettavate? Io ve l'avevo detto. Vi avevo avvertito che si trattava di una storia banale. "Un banale infarto". Certo, avrei potuto inventare qualcosa di più fantasioso e avventuroso, giusto per non annoiarvi, avrei potuto creare con la mia immaginazione storie di fughe rocambolesche (anche queste due parole vanno sempre insieme, no?), torridi amori tropicali ed epici combattimenti all'arma bianca. Ma in vita ero un impiegato del catasto, e di immaginazione non ne ho mai avuta molta. E così, la mia risorsa sono i fatti. E i fatti, mi dispiace per voi (lo vedo che state sbadigliando) si sono svolti così.
Non c'è molto altro da dire. Due giorni dopo si è svolto il funerale. Qualche collega, qualche ex compagno di liceo, i miei genitori. Mia madre non pianse, e nel pomeriggio si fece accompagnare da mio padre a comprare un paio di scarpe nuove. Ovviamente, come nella migliore tradizione dei funerali degli impiegati del catasto, pioveva.
E così, sono morto. Mi hanno fatto una lapide, non è nè bella nè brutta. E' di marmo, e ci sono incise sopra il mio nome, la data di nascita e quella di morte. Ve l'avevo detto: niente di speciale. I miei vicini non sono molto loquaci: alla mia destra giace una coppia di anziani provenienti dalle Marche, alla mia sinistra una ragazza morta suicida per amore. E' carina, ma piuttosto silenziosa. Poco male, non amo parlare con lei: mi deprime, con le sue nostalgie e i suoi occhioni vacui, e con le sue letture romantiche.
Così, visto che mi annoiavo, qui sotto, ho cominciato a far lavorare la memoria. Non sapevo che fare. Sapete, qui non è che arrivino molte riviste, e non abbiamo l'abbonamento a Sky. Mi annoiavo, dicevo, e quindi ho cominciato a raccontarvi la mia storia. Abbiate pazienza, siate benevolenti con me: so di non avere il talento del narratore. Che diamine, ero impiegato al catasto, che cosa pretendete? Però questa è la mia storia, quella di quando sono morto, il 18 febbraio 1994. Potrà essere noiosa, potrà essere banale, certo. Ma è la mia storia.  

 
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