29 Gennaio 2011

I'm leavin'

Chiudo baracca. Prendo la mia valigia piena di pagine scritte e chiudo la porta dietro di me.
Non penso che scriverò più qui su studenti.it; dopo anni ho deciso che questo sito non fa più per me.
Perché? Primo perché non riesco a sopportare che sia stata inserita della pubblicità nel mio blog senza che mi venisse chiesta alcuna autorizzazione da parte degli amministratori del sito. E la pubblicità della Marina Militare, per di più.
Secondo, perché non sopporto di venire qui a scrivere, a riversare su queste pagine i miei pensieri, e venire interrotta IN CONTINUAZIONE dai messaggi privati di certi morti di figa che ci tengono in maniera particolare a sapere se "sono fidanzata" e "se m va d chat". E' davvero una cosa molesta e fastidiosa.
Perciò continuerò a scrivere il mio blog, ma lo farò su di un altro sito.
Per chi ha letto le mie stronzate in questi anni, GRAZIE. GRAZIE a chi ha seguito le mie pagine, a chi le ha commentate, a chi le ha criticate. Spero che continuiate a farlo anche su questo nuovo sito.
Nel frattempo, ho provveduto a spostare alcune delle pagine che mi erano più care: alcuni racconti, alcune storie che mostrano chi sono e chi ero, e come sono cambiata in tutto questo tempo.
Quelli che sono interessati AL MIO BLOG possono trovarlo qui: http://rhubarbidoo.posterous.com/
Spero di poter fare ancora un pezzo di strada insieme ai miei pochissimi lettori.

Tags: hallo goodbye
 
28 Gennaio 2011

Svendita

Un penny per i tuoi pensieri.
Un penny per tutti i bar squallidi che hai visitato. E un penny per ogni scudetto appeso alle pareti di quei bar.
Un penny per i tuoi pensieri di bambina.
Un penny, solo un penny, per svendere i tuoi sogni.
Un penny per tutte le maglie a righe indossate, e per tutti i calzini consumati sui talloni. Un penny per ogni foto con gli occhi rossi.
E uno per ogni foto con gli occhi chiusi.
Uno per ogni esame, e uno per ogni notte insonne.
Un penny per i tuoi pensieri di ragazza.
Per ogni valigia riempita e svuotata, per ogni treno che ha attraversato le campagne portandoti nella sua pancia. Un penny per ogni volta che sei stata gelosa. Un penny per ogni lacrima, e ne basterebbero per comperare l'Inghilterra tutta intera.
Un penny per tutte le volte che hai sognato di scappare, e uno per tutte le volte in cui hai desiderato tornare.
Un penny per ogni stronzo di cui sei stata innamorata.
E per ogni pisciatina molesta.
Un penny per i tuoi pensieri.
Uno per ogni canzone islandese che ascolti di notte. Uno per ogni capello caduto. Uno per ogni briciola finita fra le lenzuola.
Un penny per ogni scopata. Per ogni dente caduto. Per ogni schiaffo dato o ricevuto. Per ogni merda calpestata. Per ogni quadrifoglio trovato.
Un penny per i tuoi pensieri, un penny per le tue bugie.
Uno per ogni volta che ti sei fotografata le scarpe. Uno per ogni volta che hai desiderato di essere morta.
Un penny per ogni risata inappropriata. E per ogni volta che ti sei travestita da aragosta (quindi, sfortunatamente, solo un misero penny). Per ogni idea mai realizzata, e per ogni pizza messa a scongelare.
Per ogni sbronza finita male, e per quella volta che è finita bene.
Ti offro un penny per ogni volta che hai detto "sono troppo vecchia per questa merda" ["I'm too old for this shit"]. Per un penny, mi venderai i tuoi sogni? Mi venderai ogni gonna abbandonata nel tuo armadio? Ogni brufolo comparso nel momento peggiore? Ogni moda passeggera?
Un penny per i tuoi pensieri notturni. Per le tue ansie, per la tua voglia di mandare tutto all'aria, per la tua rabbia e la tua invidia. Per le tue idee mai realizzate per i tuoi occhi grandi per la fatica che fai nel salire le scale per le tue labbra dischiuse per ogni lezione d'inglese per i tuoi piedi palmati per tutte le volte in cui hai avuto paura per ogni corteo per ogni 25 aprile per ogni concerto.
Un penny per i tuoi pensieri disperati. Per quelli felici. Un penny per ogni volta che hai chiuso un libro, uno per ogni volta che ne hai aperto un altro. Uno per ogni carie, per ogni volta che hai pensato di essere una nullità, uno per ogni tuo talento (n.p.), uno per ogni bicchiere di Montenegro, uno per ogni volta che hai messo il rossetto, e un penny per ogni volta che l'hai tolto subito, perché avevi l'aspetto di una spogliarellista di Las Vegas.
Un penny per ogni medusa vista dal molo, uno per ogni caramella gommosa.
Un penny per ogni pagina scritta.
Un penny per i tuoi pensieri.

...Ma sei sicura che valgano COSI' tanto?

...Io non direi. Mi sa che ti stai SOPRAVVALUTANDO. Un penny, ma figuriamoci.



 
26 Novembre 2010

Breve fiaba eschimese

(Trovata sul mio manuale di Semiotica).

C'era una donna, vecchia, cieca e che, per di più, non era in grado di camminare.
Una volta chiese alla figlia un po' di acqua da bere. La figlia era così stufa della vecchia madre che le diede una ciotola piena del proprio piscio.
La vecchia lo bevve fino all'ultima goccia e poi disse:
- Sei proprio una brava figlia! Dimmi: chi preferiresti come amante, un pidocchio o un pesce scorpione?
- Ma un pesce scorpione, si capisce - rise la figlia - perché non sarebbe tanto facile schiacciarlo quando ci dormo insieme.
La vecchia allora cominciò a togliersi scorfani dalla vagina, uno dopo l'altro, fino a cadere morta.

 
12 Novembre 2010

Ossigeno

In questa stanza manca l'ossigeno. Forse dovrei aprire la finestra, ma temo che la nebbia possa entrarmi nel cuore.
Nebbia? E ancora non hai visto niente! (Beh, se è nebbia non credo che "vedrò" gran che). Oh Gesù ma perché devo sempre PUNTUALIZZARE? Questo mi rende antipatica.
C'è da dire che in questo periodo non avere rapporti sociali molto intensi, più che un handicap, è un vantaggio. Così ho più tempo per lavare i piatti.
That LAZY girl... La vedi laggiù, nella sua stanzetta ridicolmente buia? No, a un occhio inesperto PUO' SEMBRARE che non stia facendo nulla, ma in realtà è impegnata in un esperimento importantissimo: sperimentare il vuoto. Non è pigra, è artista. E' una specie di John Cage del cazzeggio. (Hai visto da quando ho ricominciato i corsi all'Università che riferimenti alti, eh? Vi spacco il culo a tutti, io).
Sì, come no.
Domani cambierò le lenzuola, domani cambierò la mia vita. Sbatterò via tutti i capelli caduti, la pelle morta delle emozioni passate, le briciole dei pasti notturni. Sarà una nuova vita, in cui non scriverò più fregnacce come questa.
Mi addormento ogni notte ascoltando "Sing Along to Songs you don't Know" dei Mùm e ogni giorno cammino per andare all'università con i Seabear che accompagnano i miei passi. Sì, ascolto questa musica da checche. L'epoca dello psychobilly è finita.
Ho tante penne colorate, e ho i capelli crespi per l'umidità. Bjork mi ha veramente rotto i coglioni, e Miho Hatori è sulla buona strada.
Apro la finestra e faccio entrare un po' di odore di autunno. Presto ci sarà il SUO odore qui. Come vorrei trattenerlo fra le pieghe delle lenzuola e non lasciarlo più andare via.
Tengo un pezzo di sapone nell'armadio così tutto l'armadio profuma, e ogni volta che apro le ante per prendermi i vestiti sorrido. Sorrido. A meno che non siano le 7.30 del mattino, allora lì non sorrido tanto.
Lavoro in multitasking. Chatto, zappo l'orto, rispondo ai messaggi, ascolto musica. Scrivo questo blog. CONTEMPORANEAMENTE. Però nessuna di queste cose è davvero quello che dovrei fare davvero, e cioè:
a) Studiare.
b) Guardare "L'Agnese va a morire" e poi farci la recensione (e fare la locandina su Photoshop).
Non me ne frega uno stracazzo di quello che circa il 60% dei miei amici su Facebook scrive. Un altro 30% mi indispettisce. Resta un risicato 10% che per lo più consiste in Demotivational pubblicati da qualche sporadico pazzoide che mi fanno scappottare dalle risate. Dovrei nasconderli? Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso, disse quel tizio. A me non piacerebbe se mi nascondessero, non so.
[Nota: molto probabilmente questa nota sarà pubblicata in automatico su Facebook. Ma non preoccuparti: non mi riferisco a te, tutto quello che scrivi o che pubblichi mi interessa sempre molto].
Chissà cosa ci sarà nella mia testa quando mi sveglierò? Chissà se gli incubi lasceranno impresse le loro ombre, come i corpi dei morti sui muri di Hiroshima?
Cosa ci sarà domani, a vorticare in questa scatolina arrugginita? Arte? Biscotti? Colori? Daniele? Elefanti? Fughe di Bach? Gorgoglii? Hotel a tre stelle? Isterismi? Londra? Montagne? Neve? Ossigeno? Pizza? Quadri di Piero Manzoni? Radiohead? ... Radiohead...
Hey, man... slow down, slow down...

Cazzo, sono troppo pigra per scrivere racconti. E quindi mi escono queste cazzate qua.

Tags: cazzate me vita
 
13 Ottobre 2010

Da tanto, troppo tempo.

Da tanto, troppo tempo non mettevo "piede" qui. Such a long, long, time.
Forse aspettavo un po' di solitudine in più, una lampada e una città nuove. E la malinconia d'autunno, che arriva come la nebbia che scende adagiandosi su Pavia.
Ancora mi sorprendo a chiedermi cosa ci faccio qui. Spesso mi trovo a chiedermi /"perché?", mi trovo a chiedermi /"chi me l'ha fatto fare?". E mi costringo, con la pistola alla tempia, a rispondere che sono io, è la mia testaccia dura, e che non c'era verso di farmi cambiare idea.
Lontana 7 ore e mezza da casa, in una casa fredda, a cucinare per uno e pulire per tre. Sola. Completamente SOLA. Lontana da mamma e papà, dal ragazzo (oddio, Daniele, non mi basterà mai cercarti su uno schermo), dai pochi amici rimasti. Lontana dal Friuli, lontana dal mare, lontana dalle mie abitudini. Più vicina a me stessa? Forse. Ai posteri l'ardua sentenza.
La vita è scandita da piccole gioie (una sedia nuova, un tè take-away, una doccia calda) alternate a lunghi tempi morti, in cui lascio che iTunes scelga ciò che più gli aggrada -nella fattispecie, proprio ora: "No Surprises" dei Radiohead-.
Oggi scrivo. Del mio spaesamento? Della spazzatura che giace sul balcone? Dei miei dubbi sulla meta dell'Erasmus (UK vs. Svezia)? Del freddo che spinge chiodi sotto le mie dita? Della musica islandese che ho -preoccupantemente- cominciato ad ascoltare in dosi massicce? Della voglia/paura di cambiare? Del treno Venezia-Milano, delle mille fermate che fa? Di ME?
Una cosa alla volta, devo scuotere via la ruggine. Era tanto, troppo tempo.

ps. Primo bucato, primo casino. Avevo un asciugamano bianco e nero. Era bellissimo. Ora è BLU e nero. Non è più bellissimo.

 
22 Febbraio 2010

Suicide à la page.

Ogni volta che sua madre le diceva Quelle Cose si immaginava lei stessa proiettata di qualche anno nel futuro: nelle sue fulminee vaticinazioni si vedeva immancabilmente vestita di nero, il volto incorniciato da un caschetto di capelli corvini, un BloodyMary sorretto mollemente dalla sua mano sinistra. Una sigaretta sottile che pendeva fra l'indice e il medio della mano destra, e il volto rigato di lacrime nere di mascara.
Era indecisa sulla colonna sonora: Juliette Greco (ma in questo caso ci voleva per forza un giradischi) o Nick Cave. Preferibilmente "Where the Wild Roses Grow": la trovava abbastanza deprimente, ma al tempo stesso possedeva una certa decadente eleganza che si adattava perfettamente allo scopo. O, volendo qualcosa di più attuale e sofisticato, poteva andar bene anche qualche canzone di Charlotte Gainsbourg.
La scena che si stagliava nella sua mente era pressappoco questa:
Lei, nei panni di un meraviglioso essere androgino e filiforme, che piangendo lacrime di petrolio, ricordava Quelle Parole di sua madre, che la accusava di essere una "persona cattiva" e che ci teneva a precisarle che lei "non le piaceva" e che "se dai figli si fosse potuto divorziare, lei lo avrebbe fatto". A quel punto Lei veniva colpita dalla fulminante consapevolezza dell'inutilità e della vacuità della sua vita, fatta di uomini sbagliati e noia e abiti firmati (in quel momento, in aggiunta, lei capiva che i soldi non erano riusciti a comprarle la felicità, ma che anzi avevano trascinato la sua vita in un abisso di vanità). Primo piano sugli occhi della donna, ricolmi di pianto. 
Poi (e qui l'inquadratura si allargava) lei buttava giù il suo BloodyMary tutto d'un fiato e si sedeva a gambe accavallate sul suo divano in pelle rossa e prendeva il telefono bianco sporco che giaceva sul tavolino lì accanto, poggiandoselo poi sulle ginocchia. Ovviamente si trattava di un telefono fisso, con il filo e tutto: un cordless certamente non avrebbe posseduto la stessa poesia, e non avrebbe fatto altro che svilire tutta la scena.
Accendendosi la sigaretta, con le mani tremanti e il petto scosso dai singhiozzi (in una scena drammatica, è immancabile il "petto scosso dai singhiozzi". Un must della letteratura Ottocentesca), componeva freneticamente un numero di telefono. All'altro capo del telefono, dopo qualche squillo a vuoto, rispondeva la segreteria telefonica. Non una di quelle della Telecom, oh per l'amor del cielo no; una di quelle con il nastro con il messaggio registrato dal padrone di casa. Primissimo piano, inquadratura laterale di profilo sul dettaglio della bocca della donna (ancora da decidere se con o senza il rossetto color rubino). Sentiamo in sottofondo provenire dalla cornetta del telefono una voce maschile. Un tiro di sigaretta. Attendere il segnale acustico.
Bip. "Ciao amore. Volevo dirti che ti ho sempre amato. Addio. E scusami". Non possiamo sapere se si tratti del suo compagno, o di un vecchio amore ormai perduto, ma qualcosa ci dice che lei quelle parole non era mai riuscita a dirgliele prima.
Poi riaggancia. E dopo un altro tiro di sigaretta lei si alza dal divano e, camminando come un felino sui suoi tacchi disumanamente alti, si avvicina alla cucina. Con indolenza si prepara un altro BloodyMary, poi va verso il bagno. Si guarda allo specchio, esaminando le sue rughe una per una, e con il dorso della mano si pulisce il volto, sbavando il mascara su tutta la guancia. Graffiti metropolitani sul bianco della sua pelle. Apre l'armadietto dietro allo specchio, e ne tira fuori un flacone di pillole... Uno di quelli arancioni, trasparenti, con il tappo bianco. Quelli dei film americani, ecco.
Con il flacone in una mano, il BloodyMary nell'altra, lei torna in salotto e si risiede sul divano. Spegne la sigaretta direttamente sul cristallo del tavolino, poi prende il flacone, si rovescia una quantità abnorme di pillole sul palmo della mano e le ingoia in un colpo, mandandole giù con un sorso di BloodyMary. Lei si rilassa, chiude gli occhi, e la musica si fa più forte. The End.
Ecco quello che si immaginava quando si sentiva criticata da sua madre, quando si sentiva giudicata nel profondo, e avvertiva il peso di Quelle Parole che la schiacciavano, opprimendole il petto e impedendole di respirare. Ogni volta che sua madre la feriva, ogni volta che le vomitava addosso quelle frasi amare, la sua testa si metteva alla macchina da presa e girava questo film.
La cosa però non durava che pochi istanti, perché quasi subito si rendeva conto che: 
1. Non sarebbe mai stata un meraviglioso essere androgino dalle movenze feline. Primo perché anche smaltendo quei 15 chili di troppo, la mastodontica struttura ossea dei suoi fianchi sarebbe comunque rimasta inamovibile. E secondo perché la sua andatura goffa e la sua camminata "maschia" non le avrebbero mai concesso di muoversi con disinvoltura in bilico su un tacco dodici.
2. Il BloodyMary era indubbiamente un cocktail dal fascino indiscutibile, ma a lei faceva schifo.
3. Molto probabilmente, a causa dell'inutilità della sua Laurea in Lettere Moderne, non avrebbe mai potuto permettersi abiti firmati, e una vita vacua riempita solo dagli orpelli di una civiltà in decadenza. E quindi nemmeno un divano in pelle rossa o un tavolino di cristallo. E forse nemmeno troppi uomini sbagliati.
4. I telefoni "a forma di telefono" dall'aspetto vintage ormai nei negozi non si trovano più. O cordless o ciccia.
4 bis. Nemmeno le segreterie telefoniche col nastro incidibile si trovano con tanta facilità. E in effetti un suicidio con in sottofondo la voce preregistrata che dice "Telecom Italia. L'utente da Lei chiamato non è al momento disponibile" sarebbe parso quantomeno squallido e senza alcuna poesia tragica.
5. Il flacone di pillole da film americano è, per l'appunto, DA FILM AMERICANO. Mai vista una roba del genere, qui in Italia. La cosa che si avvicina di più come aspetto è il flacone del Supradin, ma ipotizzava che un suicidio col Supradin sarebbe poco produttivo e soprattutto molto sporchevole.
Questo aspetto di inverosimiglianza della sua visione ogni volta la abbatteva, ma ogni volta si trovava a non poterne fare a meno, e quando il suo sogno ad occhi aperti rivelava la sua inconsistenza, passava dall'autocompiacimento dovuto al pensiero sfizioso di quel melodramma postmoderno, al disappunto generato dal brusco ritorno alla realtà. E con un briciolo di delusione, diceva a se stessa "io non mi suiciderò mai in quella maniera così elegante".
Solitamente la sua reazione a questa fulminante rivelazione era quella di infilare le pantofole e caracollare in cucina per staccarsi una gigantesca fetta di panettone al cioccolato (cioccolato dentro, cioccolato sopra, gocce di cioccolato... una cosa biblica). Il passo successivo era quello di grufolarci dentro senza ritegno piangendo come una fontana davanti alla tv fino a diventare una creatura dalle fattezze irriconoscibili, con la faccia gonfia come un rospo e il naso otturato.
Però, stranamente, con la faccia affondata nella morbidezza dell'impasto al cioccolato, la consapevolezza che lei non avrebbe mai potuto godere di un suicidio così stilisticamente perfetto non la faceva soffrire poi così tanto.

 
04 Dicembre 2009

Oggi che è arrivato il freddo.

Non hai l'impressione anche tu, oggi che è arrivato il freddo, che niente è più come prima? Si è formato il ghiaccio, ed è come in quella poesia che ti piace tanto: «...cri...i...i...i...icch...» / l'incrinatura / il ghiaccio rabescò, stridula e viva. E via dicendo. Anche sul nostro rapporto cominciano ad allungarsi le crepe.
La prima, pian pianino, si è affacciata quella volta che mi sono sentita messa da parte. Ero stesa sui tuoi cuscini, ricordi? Riempivo le notti di speranze, ma ero sempre più sola. La prima incrinatura.
Poi quando è arrivata una nuova persona che ha portato il calore che io non ho mai avuto. Io sono l'essere di ghiaccio, ho il gelo nel fiato. Invece lei (oh, lei). Lei era il nucleo caldo del mondo. E anch'io ho bevuto della sua luce, ma a te... a te t'abbagliò. E ancora oggi (soprattutto oggi che è arrivato il freddo) cerchi a tentoni quel calore, lo cercavi più di quanto cercavi le mie mani gelide. La seconda incrinatura. Più profonda, più lunga di giorno in giorno. Si avvicinerà sempre di più ai miei piedi. Tanta è la paura di precipitarvi dentro.
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più forte...
Poi un altro solco si allargò sul ritratto della nostra unione, un'altra ruga si spanse sui nostri volti. Quando ti capacitasti, d'improvviso, che non ero quel che tu volevi. Che ero com'ero. Una creatura di nebbia, fatta per strofinare il muso contro le gambe della solitudine. Che rifuggivo la folla la vita la luce che volevo vivere di notte quando non c'è nessuno. Che ero la strada vuota dopo la pioggia, unica luce a guidarmi quella dei semafori lampeggianti che si riflette nelle pozzanghere.
Hai capito che non sono tante cose. E io ho provato, ho provato a essere e a smettere di nonessere, ma nonsono così. E tu invece sei. Fortissimamente, sei.
Io ero la stella nera, il cielo che cade. Il mio buio ti ingoia, hai sete di luce. Lo capisco.
Non so come finirà, se il ghiaccio sarà robusto e continuerà a tenerci su, se riusciremo a ridere del nostro bizzarro e indeciso senso dell'equilibrio. O se si spezzerà e un'acqua nera e fredda più di me ci mangerà in un boccone.
Oggi, che è arrivato il freddo, è più difficile stare su.
Io voglio mordere questa cosa più forte, a costo di spezzarmici i denti, non voglio lasciar andare, non voglio "disertare la crosta malsicura". Non adesso.
Perché non m'ami più come una volta? E' la domanda più antica difficile del mondo. Invece di rispondermi (ma che c'è? non mi senti con quel paraorecchi? non mi senti?) ti fermi a cogliere l'ultimo fiore d'inverno. E' così, è la tua distrazione. La tua sostanza è troppo leggera, ecco perché non te ne curi, e non fatichi a stare su.
Io invece traballo scivolo mi affanno goffamente.
Che fatica cercare di non cadere, sfidare quella patina sottile di gelo che si vede attraverso. E tutto per te. Volteggi, tu, non caschi mai. Solo, non hai paura, perché poi ti rialzi in piedi. Io, se cado, non mi rialzo mica più. Ecco perché non ti piaccio più: perché non sono forte come te.
Mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: «Vile!».
Non te ne andare, Prega per me, se ancora di me ti importa. Prega per me che non credo. Prega per me che mi sono persa. Prega per chi barcolla, e per il mio cuore di ghiaccio Prega perché l'acqua non ci afferri le caviglie. Prega perché tutto questo non finisca. Prega per noi.
Prega perché la nostra amicizia non muoia assiderata, piano piano, amica mia.

 
20 Settembre 2009

Avanti o popolo (delle primarie).

Torno or ora dal Congressino delle Primarie degli iscritti al PD (ebbene sì, ahimè: ho la tessera. Non è fescion e alla fine non ti danno neanche i punti per avere in regalo la teiera o la pirofila ma tant'è...). La mia impressione è, come direbbe Mago Merlino, "un bel guazzabuglio moderno (alakazam!)".
Il voto nostalgico o il voto ottimista? O il voto radical-chic che profuma di ribellismo? La vecchia guardia del bourru bienfaisant o le nuove leve del veltroniano scalzo con la faccia da boy-scout? O gli outsider della Cenerentola laica (ma non atea, attenzione)?
E in regione? Oh, in regione! Che fare? Che fare? Il vicesindaco con quei bei baffi e la faccia da tremoschettiere o la frangetta sbarazzina che tanto piace a Tinto Brass? Lui, lei... e l'altra? Il triangolo no, non l'avevo considerato.
Quando ti piazzano un Congresso alle 9 della domenica mattina (il giorno dopo la chiusura del FriuliDoc, peraltro) un po' la senti la nostalgia di quella nomenklatura con la K che i leader del partito te li sceglie lei e te li impone. Che ti stia bene o no (vi ricordate Guzzanti/Veltroni che ammoniva "i compagni della mozione Amedeo Nazzari"?). Non voglio responsabilità. Non alle 9 del mattino.
E' stata una ben strana campagna elettorale: con la Giovanile che non si schiera ma poi si schiera, la Serracchiani portata in giro come fosse la Madonna Pellegrina, Bersani che cita Vasco Rossi (peccato non gli sia venuto in mente di citare Bersani, forse si sarebbe creato un buco nero spazio-temporale).
Abbiate pietà per gli elettori, costretti nelle ultime settimane a sudate notti insonni, inzuppate di incubi, costellati da Bersaniani con le orecchie a punta, di Feste dell'Unità senza unità, da case (del popolo) molto carine, senza soffitti, senza cucine...
E stamane, avanti o popolo! Tutti alle urne! E lì davanti alle due schede, prendere fiato: la lista Martines per Bersani, la lista Carloni per Marino, o la lista Serracchiani per Debora (giuro!), cosa scegliere? Il dilemma! Il dramma!
Allora, prima di prendere la penna in mano, il bravo tesserato, quello giudizioso e diligente, cosa fa? S'informa. E si legge le tre mozioni, le studia, le mette a confronto. Bersani è per la green economy. Toh, guarda! Anche Franceschini è per la green economy! E che forse Marino è da meno? Non sia mai! Franceschini sostiene il rinnovamento. E rinnoviamo, per la miseria! Bravo bene bis! Ma... Bersani? Anche Bersani è per il rinnovamento! Non mi dire che allora forse... no, no, possiamo stare tranquilli: anche Marino è per il rinnovamento, ci mancherebbe. Marino, dal canto suo, introduce una fondamentale osservazione: l'importanza imprescindibile della formazione scolastica. Come dargli torto? E infatti né Bersani né Franceschini gli danno torto. E il partitolaico? (o il partito-Laika, la cagnetta sparata nello spazio nei bei tempi-che-furono?). "Io voglio il partito laico!". "Anch'io! Anch'io il partito laico!". "Ma io il partito PIU' laico!".
Adesso sì che è tutto chiaro.
Non va meglio coi candidati regionali: la Serracchiani-multiuso che fa l'europarlamentare, il segretario regionale, il politico donna, il politico ggiovane, il politico donna e ggiovane, ha la funzione videochiamata, il servosterzo, il lettore cd e se ha voglia fa anche il caffè.
Martines ha dei bei baffi. E dei sostenitori (purtroppo) maneggioni e magheggianti, che sostengono il cambiamento ma l'unica cosa che (forse) cambiano è l'olio della Mercedes. (Non tutti, per carità, precisiamo...).
E la Carloni? Boh mah chissà. Chi l'ha vista mai?
Insomma, l'elettore tesserato del PD (una specie in via di estinzione, come i Panda, e probabilmente anche con gli stessi problemi riproduttivi dei panda) è sperduto, confuso, brancola nel buio. Non abbandonate gli elettori del PD: l'elettore del PD è il migliore amico dell'uomo.
Margherita, Capricciosa o Diavola? Il menu fa venire voglia di abbandonare il tavolo e tornare a mangiare bambini, come ai bei-vecchi-tempi.
E invece si rimane a stomaco vuoto, si vota: si prende un bel respirone, e si vota, non importa chi. L'importante è partecipare, non è necessario CAPIRE.
Capire tu non puoi,
tu chiamale se vuoi
mozioni...

 

 

 

 

Tags: pd politica
 
10 Luglio 2009

Amnèsia 19.06.09

(Una piccola avvertenza: questo diario è rimasto "fermo" per un po' dentro la mia testa: le cose di cui leggerete risalgono al 19 giugno. Gli eventi hanno avuto bisogno di essere lasciati a fermentare. Non so perché. Forse per permettere che i contorni si facessero un po' meno nitidi. Forse per permettermi di avere qualche amnesia.
Probabilmente chi non ha mai sentito la trasmissione radiofonica Amnèsia non capirà una parola, e tutto ciò che riporto qui non gli sarà di minimo interesse. Se voleste rimediare -e ve lo consiglio-: http://amnesia.blog.rai.it/podcast/
Ma questo non è solo il resoconto del radioreading. E' soprattutto una specie di diario di viaggio. Un piccolo viaggio, certo, ma sempre un viaggio. E se vi chiedeste "ma a me, che me ne frega?" ne avreste tutte le motivazioni. Ma stavolta non scrivo SOLO per voi, ma anche per me. Concedetemi un piccolo capriccio, ogni tanto).


Mi chiamo Fosca Pozzar. Sono nata il 17 Febbraio del 1987, ho 22 anni e vivo ad Aquileia. Il 19 giugno del 2009 ho partecipato al Radioreading di Amnèsia. Praticamente, ho bruciato il mio ricordo in un falò sulla riva di un lago. So che può sembrare una storia incredibile, ma è la mia, ed è vera. Giuro, è vera. E' iniziata il 19 giugno, qualche giorno fa. Da quel giorno per me ogni volta è la prima volta.

Il treno da Cervignano (A. G. che poi sta per Aquileia - Grado) parte alle 14.20, e come al solito arrivo in stazione con un anticipo spaventoso, una cosa da paranoia. Mi sono trattenuta dall'ascoltare i Podcast negli ultimi giorni, in modo da conservarli per poterli "consumare" durante il viaggio in treno che mi aspetta. Cervignano - Venezia Mestre, poi cambio per Vicenza. Mi sistemo vicino al finestrino e una dopo l'altra divoro le ultime puntate. Matteo con la Donatella Frigerio. Povolaro, Rosella con la sua Smart rosa. Eccetera. Se guardate bene, mi vedete. Quella tipa lì, seduta accanto al finestrino, con le cuffie del suo iPod nelle orecchie che ridacchia da sola.
(Salve. Vi presento il mio iPod. E' carino. E' viola, e mi tiene compagnia).

Scendo a Mestre per il cambio. Do un'occhiata al tabellone arrivi/partenze. Il mio treno per Vicenza partirà fra 5 minuti dal binario... 9, eccolo lì. Nove? E io a che binario sono? Binario ... UNO?!? Ommerda! Corri!
Faccio comunque in tempo al bombardamento di annunci pubblicitari che escono ossessivamente dagli schermi piatti appesi a ogni binario. A ripetizione, uno spot contro il razzismo. Mi guardo in giro esplorando i miei futuri compagni di viaggio, arenati come me su questo binario multiculturale, e penso che evidentemente c'è n'è bisogno. La pubblicità progresso si alterna con quella del Grand Soleil, il nettare degli dei, il dessert che va agitato e nel freezer congelato. Evidentemente c'è bisogno anche di quello, anche se mi riesce difficile comprendere l'accostamento.
Quando arriva il treno il mio sguardo passa dalla massa in attesa alle dimensioni ridicole del Minuetto. Non credo ci voglia una laurea in ingegneria per capire che saremo stipati come un carro bestiame. Un paio di fermate infatti me le passo in piedi. Per fortuna molti scendono e riesco a trovare posto. Accanto al finestrino, cosa che mi permette di notare che passiamo accanto a un paese che si chiama Mancamento. Buffo.
Arrivo a Vicenza alle cinque del pomeriggio, circa. Daniela arriverà solo fra un'ora, e i podcast sono finiti. Quindi comincio a guardarmi intorno, studio la geografia di questa nuova stazione, esploro lo spazio e gli odori. I suoni sono sempre gli stessi, la voce degli annunci è quella a me ormai familiare. Ma questo annuncio ha qualcosa di inedito: "Il treno regionale diretto a Verona partirà alle ore 17.30 dal primo binario giardino".
(Binario giardino? Che sarà mai? Quali misteri nasconderà questo nome così evocativo?)
Binario giardino? Già la mia immaginazione costruisce giungle tropicali, fronde abbarbicate ai transetti, piante carnivore e fontane. Binario giardino... Devo assolutamente scoprire di che si tratta. Mi sento un'esploratrice che penetra nel profondo mistero della Foresta Amazzonica, credendo di scoprire meraviglie esotiche e... Eccolo lì, il binario giardino. Un'aiuola spelacchiata, una fontana asciutta e una Panda delle Ferrovie dello Stato. Sorrido della mia ingenuità.
 
Almeno ho trovato una vecchia panchina di legno: lì mi posso sedere e aspettare con calma la mia sconosciuta compagna di viaggio. Per adesso a farmi compagnia invece ho un mocio vileda che sembra essersi affezionato a me e mi guarda con fare bonario, e un libro che a casa avevo afferrato al volo 5 minuti prima di partire. "La Fata Carabina" di Daniel Pennac. E' un colpo di fulmine dalle prime righe. Ancora non so che nelle settimane seguenti sarò colpita da una febbre, o forse meglio dire da una fame, che mi costringerà a divorare uno dopo l'altro, con imperativa ingordigia, tutti i romanzi del ciclo di Malaussène (di professione: capro espiatorio).
(E' amore a prima vista).

Quando riemergo dallo sciabordìo della lettura, mi accorgo che probabilmente Daniela starà per arrivare. Le ho mandato un messaggio per farmi riconoscere ("Capelli scuri lisci, jeans larghi, sacca bianca. Ti aspetto!"). E infatti mi riconosce.

("Capelli neri, lisci. Maglietta blu". Fosca, la virtuosista della caratterizzazione).

Mi piace da subito, Daniela. Anche al telefono, mi piaceva già. Ha una bella risata e una bella energia che si spande intorno. Salgo sulla sua Punto e scopro le mirabili virtù dell'alimentazione a metano.
Durante il viaggio, lei mi racconta i cazzi suoi, io le racconto i cazzi miei. Lei mi racconta della sua dieta, di sua sorella, del suo lavoro, dei suoi ex fidanzati. Io, non disponendo nè di un lavoro, nè di una dieta, nè di una sorella, mi limito agli ex fidanzati.
E' piacevole questo perdersi nelle reciproche confidenze fra sconosciute, e il viaggio scorre sotto le parole e sotto le prime gocce di pioggia.
La pioggia, sì. Quando arriviamo a Riva del Garda, sulla spiaggia dei Sabbioni, piove. E lì non c'è ancora nessuno. E piove (no, lettore, non dimentichiamoci che piove). Ci ripariamo sotto la tenda del chiosco. Ci sono la Brunati e Camisasca che si prendono il caffè. Li riconosco dall'accento milanese della Brunati prima ancora che dalle poche foto che ho visto sul sito. Ma non tento di approcciarli, avrei come l'impressione di fare la figura della rompicoglioni ("ma te sei la Brunati?"... naaah, metti che mi manda a cagare, non si sa mai).
Gli ombrelli cominciano ad arrivare. Gli ombrelli con sotto la gente. Che si guarda attorno un po' sperduta, cercando di capire se si fa, se si fa lì, se ci si sposta per via della pioggia, se si rimane nonostante la pioggia. Se il falò si fa. E la pioggia?
Arriva Matteo (oddio, ma sai che dal vivo è piuttosto bello?). Si fa. Nonostante la pioggia.
Un gazebo a proteggere lui, un gazebo a proteggere noi. E si comincia.

"The Winner is" si spande, direi quasi si scioglie nell'aria della sera. E' una musica così familiare eppure così nuova, e ogni nota è una goccia di pioggia che picchietta sui nostri volti.
E poi...
Lui è Matteo Caccia, è nato il 24 Luglio del 1975. Ha 33 anni, e vive a Milano. L'8 settembre di un anno fa è stato colpito da un'amnesia retrograda globale. Praticamente la sua memoria si è cancellata completamente. Lui lo sa che può sembrare una storia incredibile, ma è la sua, ed è vera. Lo giura, è vera. E' iniziata l'8 settembre di un anno fa. Da quel giorno per lui ogni volta è la prima volta.
Da lì in poi, frammenti. Indossa la maglietta della PanAm, quella del giorno dell'amnesia. E ci racconta ancora di lui. Del pianoforte, di Margherita, dell'Oblomov. Della Iris (la Iris, dal vivo! Che spettacolo!) che poi è la mamma della Margherita. Ci racconta di nuovo della Psicosignorina e della paura di annegare. Di Margherita sul cornicione che si vuole buttare e di lui che parla al telefono con il poliziotto che gli dà istruzioni per rassicurarla, e lei che lo manda a cagare (la mia puntata preferita). Di quella volta che ha pianto, sulla barca. Ogni tanto, alle sue spalle, Matteo Bordone si china sul falò in uno strenuo tentativo di non lasciarlo spegnere. Sul lago, i lampi. Noi sotto il gazebo, con Arianna nel suo passeggino che vuole dire la sua, con la sua personale grammatica neonatale. Bonini mi regala i Radiohead ("No Surprises", e io non so perché, ma in quella canzone da sempre ci sento le lucciole). Matteo ci racconta del pilone sul ponte, del saluto della bambina che fa ciao ciao con la manina, delle sirene della polizia. Matteo ci racconta di Eva che sembra un pomodoro, e della portinaia che lo crede il redento e redentore. La nonna. La nonna che "mica ci crede a quella storia lì dell'amnesia". La nonna è indescrivibile, una poesia.
E quella poesia chiude il radioreading. Frammenti di notte, frammenti di note. Come faccio a descrivertelo? Forse su una cosa aveva ragione quello stronzo, con cui uscivo quando mi disse che le parole hanno dei limiti. Avreste dovuto esserci, e basta.
Matteo allarga le braccia. Il falò miracolosamente ha retto, Matteo "Grisù" Bordone ha compiuto l'Impresa. Il falò della memoria SI FA. Bruceremo i nostri ricordi, la nostra memoria, quello di cui vogliamo alleggerirci. Li abbiamo scritti. Chi si è portato da casa la sua brava cartolina già stampata e scritta (vedi la sottoscritta), chi ha lasciato il suo ricordo su uno scontrino dell'Autogrill elargitole dalla sottoscritta, chi scava fra i relitti dispersi nella borsa alla rinfusa in cerca di un pezzo di carta che raccolga il suo ricordo e sia disposto a immolarsi nel fuoco. Chi non vuole dimenticare nulla.
(La mia cartolina coi ricordi da bruciare).
Matteo legge alcuni dei nostri ricordi. Io ne ho due, sulla mia cartolina. Se vuoi saperli, te li dico, ma in confidenza. Davanti c'era scritto: "Quella volta in cui ho parlato in diretta ad Amnèsia e mi sono rovinosamente impaperata nelle parole, facendo una figura di merda in diretta nazionale. Questo treno è diretto a: venezia Santa Lucia. Fermerà nelle stazioni di: Monfalcone, Cervignano-Aquileia-Grado, San Giorgio di Nogaro, Latisana-Lignano-Bibione, Portogruaro - Caorle, San Stino di Livenza, San Donà di Piave, Quarto d'Altino, Venezia Mestre".
E dall'altra parte c'era scritto così: "Festa universitaria. C'è l'attuale, l'ex dell'attuale, l'ex CON l'attuale, l'ex dell'ex e pure l'ex ex ex".
Ecco quali sono i ricordi che si accartocciano su loro stessi e vanno coraggiosamente incontro al loro destino: cenere alla cenere. Un pezzettino, una scheggia della mia memoria si è fuso con tanti pezzettini della memoria degli altri, frantumandosi e disfacendosi fra le fiamme di un falò stregato che continua a ardere sotto la pioggia. Non so se mi sento più leggera, adesso che i ricordi si sono dissolti, portati via dal fumo. Però mi sento di sorridere.

Chiedo a Matteo se si ricorda di me, della mia telefonata in diretta (e, porca vacca, chiedere a uno che conduce Amnèsia se SI RICORDA, mi pare un po' paradossale). Si ricorda. Mi dice che quella puntata l'hanno sentita tutti, lì. "Ero in macchina, e piangevo per te", mi dice uno dei tecnici. "Ma come! Mandi il messaggio, dici che ti ricordi tutte le fermate del treno... il mantra... e poi te le faccio dire in diretta e mi fai 'mi sono dimenticata la prima'... Ma dai!", mi dice Matteo.
Ottimo, mi sono fatta più di quattro ore di treno e due di macchina per farmi prendere per il culo anche qui, come se non bastassero i miei amici a casa! Dico io. Si ride.
Ormai sono completamente fradicia. La pioggia non accenna a smettere, quindi non ci sarà l'Amnèsia night. Scopro improvvisamente di essere esausta per il viaggio. E' ora di andare. Ma prima, la foto di rito. E me ne frego se sono stravolta, se sono zuppa come un pulcino appena uscito dall'uovo, se le ore di viaggio mi hanno invecchiata di dieci anni.
"Matteo, vieni qui! Foto! Bisogna documentare, altrimenti non ci crede nessuno".
(Immortalati nel momento esatto in cui avveniva questo scambio di battute:
MATTEO: "Ma senza f..." (lash)?
IO: "Ma sì, dovre..." (bbe esserci).

Lo ringrazio. Ma non per la foto, non solo. Per tutto. Ma prima voglio sapere un'ultima, fondamentale cosa: voglio sapere chi è che mi ha inconsapevolmente regalato Beirut e gli Efterklang (chi me li ha fatti scoprire), chi è che sembra aver saccheggiato il mio iPod per la scelta delle musiche del programma. Mi dice che i colpevoli sono soprattutto lui e Tiziano. Devo molto a questi due signori, giuro. Molto più di quanto credano.

Ma è notte, ed è ora di andare.

Il ritorno è stanco e lento, è una telefonata notturna alla mia migliore amica per sapere se c'è un treno per tornare a casa. Non c'è. Devo rimanere a casa di Daniela. Mi sembra di essere di disturbo, ma o così, o avvolta nei giornali alla stazione di Vicenza, al binario giardino.
Al mattino riparto, Daniela, il mio angelo custode (approfitto, se leggerà, per ringraziarla ancora) mi accompagna ad Abano Montegrotto a prendere il treno.
La saluto, la abbraccio, e riparto.
Breve sosta a Venezia, e vedo i giapponesi che (si sa) fotografano tutto quello che vedono. Quindi fotografo i giapponesi che fotografano tutto quello che vedono.
(Se guardi bene c'è un giapponese che fotografa. Guarda bene).
Il ritorno è pieno di fate carabine che trasformano i tizi in fiori e dal treno rivedo tutte le fermate che avevo bruciato la notte prima. Stanno benissimo, sono ancora lì. Quando rientro a casa, c'è la mamma. E c'è il pranzo. Ecco una cosa che non vorrei mai dimenticare: quella pasta ai funghi della mamma che ho trovato ad aspettarmi.

C'è solo una domanda che mi resta addosso dopo tutto questo: chissà se i pesci si innamorano?

 
27 Maggio 2009

Poesia.

Messaggi. Nuovo messaggio. Nuovo SMS. Scrivi.

- In corpo ho 4 bicchieri di vino (2 d bianco, 2 d rosso), sn vestita cm UN modellO d Calvin Klein, sto ascoltando The Bends dei Radiohead e le stelle nn sn mai state csi vicine. Scusa, avevo bisogno d condividere il momento.


1 nuovo messaggio. Leggi.

- Uau... io ho visto il canto di paloma, ho la bora in faccia e sto x vedere kill bill vol 2.. e ho i pantaloni rotti..


Risposta.

- Ah e in aggiunta: mi è appena passato davanti un porcospino (in piazza ad Aquileia!). E poi dicono che la poesia nn esiste..

 
02 Maggio 2009

Sachertorte

Il mondo adesso è d'insonnia e pizza messa a scongelare alle 4 del mattino. E continuano a piacermi quelle foto fatte con l'obiettivo aperto, con tutte le luci con la scia, i neon delle insegne di Hong Kong. Stavo pensando alla bellezza che si nasconde nella ruggine dei chiodi, e al fatto che esiste una corrente di pensiero che proclama un'estetica relativista: dopotutto, anche noi due crediamo nella poetica dell'Autogrill. Ecco, le mie corse notturne in macchina, ad esempio, quando il solo scopo nella vita è un'inversione a "U".
Forse avrei dovuto dirtelo prima: non c'è una morale, nè un senso logico, o un qualche progetto intellettuale. Non cercare. Siamo solo prigionieri di James Joyce, noi che studiamo a Trieste.
Il mondo adesso è un kimono e una palude liofilizzata. Non posso tornare, perché non ho un altro kimono. Chiacchieriamo a proposito di effimere forme d'arte buddhista: vai a cercare su Wikipedia.
L'avevo già scritto, ma in testa non ce l'ho il comando "salva con nome" per cui tante cose sono andate a farsi friggere.
Il mondo adesso è take away. Il mondo adesso è chiedersi quand'è stato il momento esatto in cui ho smesso di essere Fosca ed ho iniziato ad essere Fo. Poi magari ci penserà il finestrino del treno a sbiadire i contorni. Ma poi mi chiedevo, giusto l'altro giorno ...perché tu, che sei solo un concentrato di provincialismo frustrato e di pessima letteratura, dovresti meritarti una canzone che parla di te? Ci sono cose che non capirò mai nei rapporti interpersonali. La cancellina Bic come moderna forma di Indulgenza. Ho pensato che non mi piacerebbe stare con uno il cui nome potrebbe comparire sul calendario del computer o sul timer di un forno a microonde. Tipo "Gio" o "Max". Si parlava della broken windows theory. La trovi interessante?
Ehi, potremmo uscire qualche volta, potresti misurarmi il ph e farti mandare a fanculo. Che ne dici?
Un ragazzo? E cosa dovrei farmene di un ragazzo, scusa? E' come un elefante: bello da vedere, ma non ne vorrei uno mio. Hai presente la pastora Marcela nel Don Chisciotte? "Io son nata libera e per poter vivere libera ho scelto la solitudine dei campi; gli alberi  di queste montagne sono la mia compagnia; le chiare acque di questi ruscelli i miei specchi; agli alberi e alle acque confido i miei pensieri [...] Io gli dissi che il mio proposito era di vivere in perpetua solitudine e che soltanto la terra godesse il frutto del mio isolamento e le spoglie della mia bellezza". Ecco, tipo così. Eremitaggio sentimentale. Adesso chiudo gli occhi, sorrido e respiro forte.
Ti va se celebriamo un suicidio collettivo e immoliamo le nostre viscere al Dio Sole? Io sono libera martedì.
Ecco una cosa che mi stavo dimenticando, e sarebbe stato un peccato: è Primavera, e dopo le piogge, ai bordi delle strade sbocciano le primule e i vigili urbani.
Dammi un morso sulla spalla, è l'unica cosa che mi manca per svegliarmi. Tu potresti pensare il contrario, ma col tempo ho imparato la gestione e il contenimento dell'aggressività. Ho imparato a rigirarmi la Crisi fra le dita. Sono stata brava, adesso vorrei un morso sulla spalla e un paio di Converse a pois.
Poi (ogni cosa a suo tempo) voglio il mondo capovolto, voglio imparare a fare i cerchi di fumo, voglio riempire una valigia con relitti di capitalismo e lische di insicurezze e trascinare altrove la mia inadeguatezza.
E poi, mi conosco, pesterò i piedi per averne ancora.
Trieste mi ha insegnato la reattività ai semafori pedonali, e altre piccole tattiche di sopravvivenza urbana. Ma, per dire, credo che la barista abbia molto da insegnare. Non so se te ne intendi di japanisme e delle influenze su Van Gogh... potrebbe uscirne una buona tesi di laurea. Me lo dicono sempre tutti, dovrei lavorare sulla mia femminilità. Ma io penso semplicemente che esistono tanti modi di essere femminile, quante sono le donne del mondo. E forse qualcuno di più.
Il mondo adesso è assimilazione ed elaborazione degli input, e tessere i link in una ragnatela coerente. Il mondo adesso è serendipità (più di quanto tu creda). Ma il mondo adesso è anche smettere di farsi abbagliare dai raggi verdi: ho un bel paio di Ray-Ban.
Intanto che aspettiamo di morire, diamoci al feng-shui. Diamoci alla Capoeira, al Muay Thai. Diamoci a nuove sperimentazioni nell'ambito dell'arte figurativa. Ai classici del '700 inglese. Al sesso promiscuo. Al consumismo compulsivo. Diamoci al vegetarianesimo biologico crudista. Alla comunicazione assistita. Alla neo-socioantropologia psicobiologica francese. Alle ultime tendenze dell'indie rock anglosassone. Allo Yoga. Al Pilates. Alla pornogoliardìa. Tanto rimarremo sempre gli stessi stronzi di prima.
Forse dovrei decidermi a chiederti cosa ne pensi di me. Spingerti a recensire la mia personalità. Ma non ho bisogno di parlarti dell'angoscia del feedback, perché la conosci anche tu (siamo uguali noi due, ma io sono più uguale di te). Posso cambiare. Non posso migliorare, ma posso cambiare.
Offrimi una birra: parleremo degli effetti collaterali degli anticoncezionali orali. O di quella sera a Montmartre. Oppure della morte lenta della facoltàdilettereefilosofia.
O, se preferisci, parliamo di te. Se posso darti del "tu", naturalmente.
Lei non sa cos'è la sachertorte? Continuiamo a farci del male...

 

Tags: me caos delirio
 
27 Aprile 2009

Vivendo

Mi accorgo che sto vivendo. Strano, non è da me. Non so come sia potuto succedere, ma sto vivendo. Whoa. Per l'amor del cielo, c'è gente che vive sicuramente di più e meglio, ma io mi accontento di poco. Mi piace 'sta cosa del vivere. Pensa che non volevo provare, avevo paura che facesse male. Oddio, farà anche male ("vivere nuoce gravemente alla salute") però ne vale la pena. Il difficile poi è smettere, se prendi il vizio.

life

Tags: me life
 
07 Aprile 2009

Quanto pesa la tua maschera?

Oggi come ieri, ieri come sempre. Passeggi per strada con un riflettore puntato addosso, e lo sai. Stamattina ti sei scelta con calma i vestiti, ci hai messo mezz'ora ma il risultato deve sembrare casuale. Perché tu "non ci badi poi tanto". Colazione cornetto cappuccino, poi imbottisci di libri la tua borsa a sacco con le facce dei baronetti di Liverpool. Nella borsa: il testo per il prossimo esame; un astuccio fricchettone comprato all'equosolidale con qualche penna dentro, e la tua matita di Spongebob; un pacchetto di Camel Light; un cd che in fondo neanche ti piace, ma cosa non si fa per essere testa e piedi dentro l'indie? e poi Pasolini, che ti senti all'altezza per capirlo e per discuterne davanti a un caffè il giovedì pomeriggio.
L'iPod in tasca, il random ti premia con le ultime novità della discografia indipendente italiana, e via andare. Alzi gli occhi, assumi un'espressione svagata, come se vedessi il mondo per la prima volta. Ormai è un tuo marchio di fabbrica, quell'espressione vagamente stupita, le labbra semiaperte, il sorriso perso. Sarà per questo che dicono di te che sei imbranata, sei rincoglionita, sei persa? "Oh, ma è fuori questa!". La STRAMBA.
Porti a spasso Emily the Strange fino a lezione, e ti fermi sullo stipite della porta a fumare le tue sigarette. Chi direbbe mai che in realtà non tiri, che fumi "a bocca"?
Hai sempre qualcuno con cui chiacchierare, perché fra una festa e un concerto, ormai conosci un bel po' di gente. Ma soprattutto la gente conosce te. Ti conoscono?
A lezione ti vesti del tuo sguardo perplesso, sperduto e lo rivolgi contro il tuo professore. A volte, soffocata dalla noia, scrivi qualcosa sul banco. Rubi le parole ai Verdena, a Baudelaire, a Lou Reed, a Nietzsche (sei sicura di sapere come si scriva?)... ogni tanto a Saba, se ti va di essere autarchica. Vuoi rendere partecipi tutti degli scampoli di Verità che hai trovato incastrati fra le pagine di un libro.
Il pomeriggio lo passi fra i libri, con la matita infilata fra i capelli, ogni tanto mordicchi la penna con fare assorto. Hai a che fare con la Grandezza, ma non per questo ti sentirai più piccola. Mordicchi la penna e tanto basta. Cervantes, Deleuze, Levi-Strauss e Proust saranno buoni argomenti di conversazione da tirare fuori dal cappello a cilindro ogni volta che ne avrai bisogno.
Un aperitivo con due o tre amici in una qualche bettola (che però cazzo: quant'è folkloristica?). Spritz, naturalmente. E lì sei tu. Sei il centro del mondo, sei l'astro celeste intorno al quale ruotano i pianeti. Sei un animale da palcoscenico.
Ovviamente lo sai che almeno uno di loro è fottutamente innamorato di te, ma fingi di non averne idea, fingi di non sapere quanto bella sei e cosa gli fai dentro. Giochi al gatto col topo. Giochi a fare l'inconsapevole bellezza ignara di sè e del suo splendore.
Ti piace essere una strana, meravigliosa creatura.
Ti invitano a un concerto di un gruppo etno-gipsy-folk polacco. Ti invitano a una retrospettiva su un regista francese degli anni '40 morto suicida. Ti invitano a una mostra fotografica in un Centro Sociale Autogestito. Ti invitano nel loro letto, ma meno esplicitamente.
Una volta a casa, stasera, posterai su facebook le foto dove baci con la lingua la tua migliore amica a Capodanno, guarderai di nascosto il Grande Fratello, ti dedicherai alle tue velleità artistiche con qualche nuova masturbazione narrativa ispirata dalla lettura di qualche scrittore esordiente armeno (tipico risvolto di copertina: "la rivelazione dell'anno").
E poi ti infilerai fra le coperte, sotto al tuo piumone con le chioccioline rosa del quale vai così fiera, e finalmente ti addormenterai esausta. Esausta, perché recitare stanca. Quello dell'attore, si sa, è un mestieraccio.  

double

 
01 Aprile 2009

Pochi semplici ingredienti.

Pochi semplici ingredienti:

La Bora che spazza il mare con macchie casuali. La Bora che solo adesso, dopo tre anni, l'ho capita.

Capelli lisci che mi solleticano la nuca, e l'impatto delle mani gelide di un amico sulle spalle, all'improvviso.

Buffi incidenti con l'iPod, dei quali verrà a conoscenza solo una cerchia ristrettissima di amici.

"Yellow" dei Coldplay in loop.

Alzare la testa, guardare le nuvole e sorridere senza un perché, notare particolari e dettagli, e capire che ogni tanto vale la pena di smentirsi. Tradirmi e scoprirmi schifosamente poetica.

Look at that noise.

Il mio soprabito che fa molto esistenzialista, e che mi avvolge e che mi sbatte contro e che era una vita che non lo tiravo fuori dall'armadio e che mi fa più magra e che mi rende una macchiolina nera sulla superficie del mondo.

Riscoprire ancora una volta la bellezza indescrivibile di Trieste, e quel suo sbattertela in faccia solo per farti crepare d'invidia. Rubare dettagli dalle facciate dei palazzi, rubarli e divorarli e metterteli dentro la pancia.

Illudermi (che almeno è gratis) che un giorno qualcuno possa sfregare la propria schiena sulle pareti del mio universo interiore. Il mio MERAVIGLIOSO universo interiore. E che cazzo, quando ci vuole ci vuole.

Cinque pacchetti di Marlboro Medium nello zaino, ed essere rassicurata perché so che ci sono.

E' fico parlare con te.

Fregarmene se su questo molo siamo decine, io LO SO che quel tramonto è solo per me.

Turnin' into something beautiful.

Ritrovare luoghi dove mi sono state raccontate meravigliose, sognanti bugie (bisogna sempre apprezzare gli sforzi narrativi, di qualunque natura siano).

Pensare che c'è una valigia, dentro la mia testa, e che tutto questo lo porterò con me, dovunque io vada.

Tu, che ancora una volta mi mandi a casa con un sorriso in tasca... chissà se hai detto che quella tipa ha i baffi solo per placare il mio senso di inferiorità o se è perché è vero?

La labilità delle percezioni e l'intensità nelle mie narici.

La consapevolezza che un giorno il dolore passerà. E che verrà sostituito da altro dolore. Ma pazienza.

Accorgersi di quanti pensieri sono stipati, ammassati nell'asfalto e nelle lastre di pietra che separano Androna Campo Marzio dalla Stazione Centrale.

E senza modestia pensare "cazzo, oggi sono bella".

Il desiderio di andare lontano, di perdermi nel mondo. Per poi avere il desiderio di tornare qui.

La voglia di rimettermi a leggere Proust, una fame che mi prende ciclicamente e che non soddisfo mai.

...

Pochi, semplici ingredienti, dicevo, e avrai il tuo bravo flusso di coscienza da riversare sulla tastiera del tuo pc una volta arrivata a casa.

yellow

Tags: me cazzi mia
 
18 Marzo 2009

Una rondine non fa il monaco

- E cosa te lo fa pensare?
- Mah, a dire il vero non lo so, mi sembrava abbastanza scontato. Insomma, direi che sei più tipa da autunno, con la sua vena malinconica, le foglie morte, lo spleen. O da inverno, con il gelo che scrive graffiti sul vetro della tua macchina. Cose così.
- Ah, quindi tu pensi davvero che io non sia in grado di apprezzare le farfalle, i passerotti, i ciliegi in fiore?
- Beh, dal tono sarcastico con cui hai pronunciato la parola "passerotti" direi di no.
- Ok, è vero. Lo ammetto: non amo i clichè della Primavera, ma ciò non significa che io non ami la Primavera. Solo che la amo in modo diverso.
- Ah sì?
- Levati quel sorrisetto ironico dalla faccia. Non pensi che magari a me piaccia andare al porto antico, e sedermi vicino al fiume, sull'erba? E magari scrivere, e ogni tanto tenere la penna tra i denti come il cane tiene l'osso, perché mi sono distratta a guardare una coccinella? Ecco, appunto: adoro farmi camminare addosso dalle coccinelle e dalle formiche, farmele passare da una mano all'altra, lasciare che si arrampichino sul mio braccio in un'epica scalata fino alla mia spalla. Adoro quel  solleticare quasi impercettibile.
O non pensi che io magari ami guidare a cento all'ora per i campi, col finestrino abbassato? Fare una deviazione di mezz'ora quando potrei essere a casa in cinque minuti solo per vedere il tramonto che si spande sull'erba nuova, guidare come se stessi ballando abbracciata alla strada, scivolare, sentirmi in sintonia con i fossi, e trovare la musica nel gracidare delle ranocchie, pensare che dietro ogni campo di grano c'è il divino, c'è Van Gogh..?
Credi non sappia apprezzare il vento che mi lecca il collo così come sconvolge le foglie? Oppure il sole che bagna i rami delle betulle, le macchie d'ombra sul prato, la sensazione di essere dentro un Monet? Credi che io sia così cinica da non apprezzare il formicolio dell'erba fresca sulla schiena?
Oppure passeggiare per il paese, sapendo che hai Feist nelle orecchie che scandisce i tuoi passi (one, two, three, four, five, six, nine and ten), e fermarti a rubare un ramo di fiori di pesco dal giardinetto della Posta per tua madre, e immaginare il sorriso che farà.
Trovare un po' di teoria del caos nel battito d'ali di una farfalla bianca, desiderare essere alga di fiume per fluttuare nell'acqua, cercare quadrifogli vicino alla panchina dove ho dato il mio primo (umido) bacio, immaginare di essere soffiata nel vento come un soffione, desiderare le bolle di sapone, interpretare la forma delle nuvole per trovarci dentro qualcosa da riconoscere... Credi che io non ami tutto questo?
Pensi forse che io non ami la subitanea, improvvisa incoscienza nascosta dietro le palpebre, polverizzata da uno sbattere di ciglia? La spossatezza primaverile, e ogni tanto la pioggia. Oppure... ma che hai da ridacchiare?
- Niente, è solo che non ti facevo così... poetica, ecco!
- E' proprio questo il punto: tu "non mi facevi" così. Ci tieni tanto, anzi, ci tenete tutti tanto a costruirmi secondo la vostra percezione, a "farmi", a disegnarmi con i vostri personali pennelli, che perdete il senso della prospettiva multipla. "And how can you know me and I know you?". In verità molti particolari del disegno vi sfuggono, ma voi continuate sempre a stilizzarmi.
- No, scusa. Adesso proprio non ti seguo. Chi sarebbero questi "voi"? Proprio non capisco.
- Non importa, tanto era una cazzata. Ti va un gelato?


Spring


ps. L'immagine qui sopra in realtà è un gioco di parole. Pensateci!

 
14 Marzo 2009

Magari.

Magari potrei indossare abiti diversi.
Magari potrei viaggiare in India con una bicicletta.
E che ne dici se mi trasferissi all'estero per la Specialistica? Magari potrei vivere a Londra...
Magari potrei decidere di rinascere, domani. Così, un po' a caso.
Potrebbe essere che abbia ragione lei. Vai a sapere.
Magari potrei provare a morire, domenica prossima. Tanto per vedere l'effetto che fa.
Tu che ne dici? Perchè io pensavo che magari ci si potrebbe cancellare da Facebook.
Che ne so? Magari domani imparo a suonare la batteria e vi mollo tutti.
Magari non so, tipo, mi rompo il cazzo.
Magari un giorno mi sposo uno tipo Francesco Bianconi.
Ho pensato che magari la mia vita potrebbe essere migliore, con la rinoplastica.
Magari domani ci odiamo.
Magari smetto di farmi la ceretta e vado via col Circo.
Che ne dici se magari facciamo a meno di ignorarci? Magari potresti scoprire che non è poi così terribile.
Ma ci hai mai pensato che magari basterebbe provare a dormire sull'altro lato?
Magari dovrei smetterla di controllare la mail, tanto ho capito.
Magari ho solo bisogno di nuovi amici, e musica nuova. O magari anche no.
Magari mi compro una tartaruga, un cappello a cilindro e mi do una sistemata.
Un giorno potrei provare a leggere la Bibbia, così magari capirei cos'ha di tanto speciale.
Magari un giorno mi dimentico di me.
Magari ne parliamo, se ti va.

magari

 
12 Marzo 2009

Cogito, ergo sum? Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Sento la necessità di aggrapparmi ai pensieri semplici, sfuggire la complessità, perchè la complessità è anomalia, è vertigine, è una scossa di terremoto che si sfoga sulla certezza. Allora cerco di essenzializzare, ridurre, schematizzare, perchè penso che ciò mi riavvicini all'istintualità, ai meccanismi causa-effetto più rozzi. Alla leggibilità.
"Pensi troppo". Me lo dicono spesso. Oggi sublimo l'urgenza di abbandonare il pensiero (abbandonare il Pensiero), aggrapparmi alla stupidità dell'essere UMANO, potermi vivere come carne, e corpo. Corpo-macchina, non corpo-pensante. Korper, non Leib. Denotazione, non connotazione. Significante, non significato.
Abbandono delle sovrastrutture, divorzio dalle pieghe recondite dell'analiticità, addio alle armi dell'intelletto. Per cercare di essere semplicemente STUPIDA, semplice. Felice.
La mia esigenza è di spogliarmi, per tornare ad essere corpo e materia nuda. Disimparare a pensare, così come Picasso "disimparò" a dipingere.
"Ma quello che mi piace è star distesa sulla terra, e sincronizzare il fiato con il battito che ha; esplorare SENZA LUCE le stanze del cervello, e annusare l'aria per capire se domani pioverà". Mi piace? Mi piacerebbe.
Vorrei dimenticare parole come "solipsistico" ed "epistemologico". Ancor di più, vorrei disimparare a parlare, tornare al verso animale. Vorrei non sapere, vorrei non sapere di non sapere. Vorrei poter guardare il Grande Fratello, e lasciar perdere tutti quei fottuti libri.
Ho bisogno di spegnere le sinapsi, strapparle via: una sorta di lobotomia concettuale; terapeutico, a suo modo.
Smettere di pensare. Perchè sarebbe più facile.
Però, amico mio, leggi qui. "Sublimare", "Korper", "denotazione", "sovrastrutture", "Picasso". Mi smentisco nel momento stesso in cui lo dico. La mia esigenza di brutalizzare il mio "cogito, ergo sum" non è altro che l'ennesima costruzione intellettuale, un autoinganno. L'ennesimo autoinganno metalinguistico e metaconcettuale di una mente che tenta invano di cannibalizzare se stessa.
Le seghe mentali sono il mio vizio più brutto; più brutto del fumo e della mia onicofagia; e come tutti i miei vizi più brutti, non riesco a smettere. Chissà se esistono dei cerotti per smettere di pensare? "Il pensiero nuoce gravemente alla salute".

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08 Marzo 2009

Se mi tradisci ti cancello.

Tutto ciò non merita nemmeno mezza riga.

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06 Marzo 2009

Se mi lasci NON ti cancello

Ho temuto questo momento, ne ho avuto paura. Paura di te, della tua reazione. Paura della novità, dello sconvolgimento, della tua irruenza. Paura di ferirti, di colpirti duro in faccia, e di lasciarti un segno difficile da mandare via. Ho avuto paura di forzarti in bocca un cucchiaio con un boccone amaro, di farti masticare e mandare giù olio di ricino emotivo. Ho avuto paura per me, paura per te.
Nulla di più sbagliato.
Mi hai sorpreso, o forse io non ho mai capito un cazzo. Ti ho sottovalutato, ti ho sopravvalutato, non lo so. Tutto è stato così semplice, e tu lo hai reso possibile: mi hai fatto ridere, e sorridere, e pochi minuti dopo mi hai fatto piangere.
Ma soprattutto, mi hai regalato qualcosa da ricordare: l'imbarazzo nel salutarsi così, come vecchi amici, con due baci sulle guance. Un brindisi così buffo alle nostre vite e ai nostri futuri divergenti. Una Kilkenny e una Weizen.
Mi hai regalato la tristezza. E' stato buffo, e un po' nostalgico. E' stato familiare, e surreale. Hai giocato con il mio imbarazzo, mi hai regalato una risata di cuore (più di una). Mi hai regalato un pianto catartico all'una di notte, sola nella mia stanza, davanti allo schermo di un computer.
Un sorriso, perché è sorprendente la maniera in cui mi conosci. O forse è solo la mia prevedibilità.
Non so come mi sono ritrovata qui, a scrivere. A scrivere a te, a scriverti cose che già sai, e che probabilmente non leggerai mai. Non ripensamenti, non rimpianti, solo scriverti perchè questa è l'unica cosa che so fare: lavare i miei panni sporchi in pubblico. Forse è inopportuno o volgare. Ma dopotutto io "bevo birra e rutto... cosa vengo a parlarti di volgarità", giusto?
Hai irriso le mie scoperte, e le mie convinzioni, ancora una volta mi hai guardato dall'alto della tua esperienza, con arroganza e sicurezza. Come sei tu.
E' stato buffo e tenero vederti così, a crogiolarti nell'autocompiacimento, mentre il tuo ego ingrassa come il tuo gatto. Una volta l'avrei odiato, perchè non possedevo la giusta distanza. Ma adesso, l'unica risposta possibile è un sorriso.
Sei una persona speciale, sei fuori dalla norma. E SAI che è il complimento più grande che io possa farti. Voglio solo che tu lo sappia, in un modo o nell'altro. Nel bene e nel male (oddio, forse più nel male) tu sei come nessun altro. Saprai farti valere, ne sono certa. Saprai farti strada nel mondo, costi quel che costi. Hai già cominciato. Buona fortuna, di cuore.
E' stato un gioco al massacro, il nostro. Ma in certi momenti è stato un dolce gioco al massacro. Io sono stata vittima, e tu carnefice. Tu sei stato vittima, e io carnefice. E ora tutto ciò si è disciolto, lasciando solo l'affetto. Strano.
Abbiamo fatto la cosa più giusta.
Non sei uscito sbattendo la porta e nemmeno io sono uscita sbattendo la porta (dicendo "non mi cercare, io per te sono morta". Ma tanto tu le citazioni non le capisci mai, perciò è inutile), ma ci siamo guardati annuendo e ci siamo tuffati nel mondo. Ognuno per la sua strada (immagine abusata, lo so), ognuno cercherà il suo percorso nel labirinto, ma un filo sottile ci legherà sempre. Anche mentre avvolgeremo nuovi gomitoli, e tesseremo nuove trame. Anzi, parliamo al presente: mentre AVVOLGIAMO nuovi gomitoli, e TESSIAMO nuove trame.
Amerò. Amerai. Qualcun altro. Qualcun'altra. Ma sempre, e per sempre, ti vorrò bene.
Sogni d'oro. E buon viaggio.

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01 Marzo 2009

La calma in 6 gocce.

Di solito Amnèsia mi basta (http://www.radio.rai.it/radio2/amnesia/). Di solito i Radiohead mi bastano. Ma a volte c'è bisogno di qualcosa di più forte.
Tipo quando ti fa male la schiena perchè hai i muscoli contratti, o quando il respiro si fa affannoso, e lo stomaco ti si rivolta contro. O quando non riesci a battere sulla tastiera, perchè ti si ingroppano le lettere. Le parole, in generale. Le parole che si accavallano, che escono difficilmente.
E il mal di testa: come sempre, proprio sopra il naso. Cazzo, che mal di testa.
Non ho scusanti, non ho un motivo vero per essere incazzereccia. Ma lo sono. Vorrei essere accomodante e piacevole, invece riesco solo ad essere indisponente e carogna. Cattiva. Stronza.
Potrei invocare la crisi economica, il clima, gli ormoni. Ma sarebbe disonesto. In realtà non c'è motivo alcuno.
Ansia.
Ma perchè?
Non capirò mai perchè ogni tanto mi assale il panico, e visto che non capisco non posso trovare dei feticci per combatterlo. Riversarlo su qualcosa o qualcuno. E allora l'unica cosa da fare è rovesciare quella boccetta con l'etichetta bianca e blu, lasciando scivolare nel bicchiere 1... 2... 3... 4... 5... 6 gocce oleose. DEPAS è indicato nel trattamento di: stati d'ansia, ansia somatizzata, disturbi del sonno di varia eziologia. Direi che è calzante: mi rappresenta.
Prendo un cucchiaio da thè, mescolo l'acqua nel bicchiere. Il Depas ha un vago aroma di arancia, te ne accorgi quando hai il bicchere sotto il naso e stai per ingoiare la tua dose di atarassia artificiale.
Ancora non basta.
Aspettando che faccia effetto, mi rintano in terrazzo (approfittando dell'assenza dei miei genitori) e mi accendo una sigaretta. Tutto questo merita una Medium.  Il rumore della carta che brucia è soffice. Immediatamente la pressione scende, a ogni boccata lo sguardo è invaso da spruzzate di nero. Getto il mozzicone sul marciapiedi.
Torno al pc, e ci ritento, con Amnèsia... ora va meglio. Tento di rievocare i miei sogni di stanotte: un giorno, forse, vi renderò partecipi. Ma adesso no, adesso voglio solo attendere che le gocce facciano effetto. E scivolare_galleggiare.

ansiolitico

 
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