10 Luglio 2009

Amnèsia 19.06.09

(Una piccola avvertenza: questo diario è rimasto "fermo" per un po' dentro la mia testa: le cose di cui leggerete risalgono al 19 giugno. Gli eventi hanno avuto bisogno di essere lasciati a fermentare. Non so perché. Forse per permettere che i contorni si facessero un po' meno nitidi. Forse per permettermi di avere qualche amnesia.
Probabilmente chi non ha mai sentito la trasmissione radiofonica Amnèsia non capirà una parola, e tutto ciò che riporto qui non gli sarà di minimo interesse. Se voleste rimediare -e ve lo consiglio-: http://amnesia.blog.rai.it/podcast/
Ma questo non è solo il resoconto del radioreading. E' soprattutto una specie di diario di viaggio. Un piccolo viaggio, certo, ma sempre un viaggio. E se vi chiedeste "ma a me, che me ne frega?" ne avreste tutte le motivazioni. Ma stavolta non scrivo SOLO per voi, ma anche per me. Concedetemi un piccolo capriccio, ogni tanto).


Mi chiamo Fosca Pozzar. Sono nata il 17 Febbraio del 1987, ho 22 anni e vivo ad Aquileia. Il 19 giugno del 2009 ho partecipato al Radioreading di Amnèsia. Praticamente, ho bruciato il mio ricordo in un falò sulla riva di un lago. So che può sembrare una storia incredibile, ma è la mia, ed è vera. Giuro, è vera. E' iniziata il 19 giugno, qualche giorno fa. Da quel giorno per me ogni volta è la prima volta.

Il treno da Cervignano (A. G. che poi sta per Aquileia - Grado) parte alle 14.20, e come al solito arrivo in stazione con un anticipo spaventoso, una cosa da paranoia. Mi sono trattenuta dall'ascoltare i Podcast negli ultimi giorni, in modo da conservarli per poterli "consumare" durante il viaggio in treno che mi aspetta. Cervignano - Venezia Mestre, poi cambio per Vicenza. Mi sistemo vicino al finestrino e una dopo l'altra divoro le ultime puntate. Matteo con la Donatella Frigerio. Povolaro, Rosella con la sua Smart rosa. Eccetera. Se guardate bene, mi vedete. Quella tipa lì, seduta accanto al finestrino, con le cuffie del suo iPod nelle orecchie che ridacchia da sola.
(Salve. Vi presento il mio iPod. E' carino. E' viola, e mi tiene compagnia).

Scendo a Mestre per il cambio. Do un'occhiata al tabellone arrivi/partenze. Il mio treno per Vicenza partirà fra 5 minuti dal binario... 9, eccolo lì. Nove? E io a che binario sono? Binario ... UNO?!? Ommerda! Corri!
Faccio comunque in tempo al bombardamento di annunci pubblicitari che escono ossessivamente dagli schermi piatti appesi a ogni binario. A ripetizione, uno spot contro il razzismo. Mi guardo in giro esplorando i miei futuri compagni di viaggio, arenati come me su questo binario multiculturale, e penso che evidentemente c'è n'è bisogno. La pubblicità progresso si alterna con quella del Grand Soleil, il nettare degli dei, il dessert che va agitato e nel freezer congelato. Evidentemente c'è bisogno anche di quello, anche se mi riesce difficile comprendere l'accostamento.
Quando arriva il treno il mio sguardo passa dalla massa in attesa alle dimensioni ridicole del Minuetto. Non credo ci voglia una laurea in ingegneria per capire che saremo stipati come un carro bestiame. Un paio di fermate infatti me le passo in piedi. Per fortuna molti scendono e riesco a trovare posto. Accanto al finestrino, cosa che mi permette di notare che passiamo accanto a un paese che si chiama Mancamento. Buffo.
Arrivo a Vicenza alle cinque del pomeriggio, circa. Daniela arriverà solo fra un'ora, e i podcast sono finiti. Quindi comincio a guardarmi intorno, studio la geografia di questa nuova stazione, esploro lo spazio e gli odori. I suoni sono sempre gli stessi, la voce degli annunci è quella a me ormai familiare. Ma questo annuncio ha qualcosa di inedito: "Il treno regionale diretto a Verona partirà alle ore 17.30 dal primo binario giardino".
(Binario giardino? Che sarà mai? Quali misteri nasconderà questo nome così evocativo?)
Binario giardino? Già la mia immaginazione costruisce giungle tropicali, fronde abbarbicate ai transetti, piante carnivore e fontane. Binario giardino... Devo assolutamente scoprire di che si tratta. Mi sento un'esploratrice che penetra nel profondo mistero della Foresta Amazzonica, credendo di scoprire meraviglie esotiche e... Eccolo lì, il binario giardino. Un'aiuola spelacchiata, una fontana asciutta e una Panda delle Ferrovie dello Stato. Sorrido della mia ingenuità.
 
Almeno ho trovato una vecchia panchina di legno: lì mi posso sedere e aspettare con calma la mia sconosciuta compagna di viaggio. Per adesso a farmi compagnia invece ho un mocio vileda che sembra essersi affezionato a me e mi guarda con fare bonario, e un libro che a casa avevo afferrato al volo 5 minuti prima di partire. "La Fata Carabina" di Daniel Pennac. E' un colpo di fulmine dalle prime righe. Ancora non so che nelle settimane seguenti sarò colpita da una febbre, o forse meglio dire da una fame, che mi costringerà a divorare uno dopo l'altro, con imperativa ingordigia, tutti i romanzi del ciclo di Malaussène (di professione: capro espiatorio).
(E' amore a prima vista).

Quando riemergo dallo sciabordìo della lettura, mi accorgo che probabilmente Daniela starà per arrivare. Le ho mandato un messaggio per farmi riconoscere ("Capelli scuri lisci, jeans larghi, sacca bianca. Ti aspetto!"). E infatti mi riconosce.

("Capelli neri, lisci. Maglietta blu". Fosca, la virtuosista della caratterizzazione).

Mi piace da subito, Daniela. Anche al telefono, mi piaceva già. Ha una bella risata e una bella energia che si spande intorno. Salgo sulla sua Punto e scopro le mirabili virtù dell'alimentazione a metano.
Durante il viaggio, lei mi racconta i cazzi suoi, io le racconto i cazzi miei. Lei mi racconta della sua dieta, di sua sorella, del suo lavoro, dei suoi ex fidanzati. Io, non disponendo nè di un lavoro, nè di una dieta, nè di una sorella, mi limito agli ex fidanzati.
E' piacevole questo perdersi nelle reciproche confidenze fra sconosciute, e il viaggio scorre sotto le parole e sotto le prime gocce di pioggia.
La pioggia, sì. Quando arriviamo a Riva del Garda, sulla spiaggia dei Sabbioni, piove. E lì non c'è ancora nessuno. E piove (no, lettore, non dimentichiamoci che piove). Ci ripariamo sotto la tenda del chiosco. Ci sono la Brunati e Camisasca che si prendono il caffè. Li riconosco dall'accento milanese della Brunati prima ancora che dalle poche foto che ho visto sul sito. Ma non tento di approcciarli, avrei come l'impressione di fare la figura della rompicoglioni ("ma te sei la Brunati?"... naaah, metti che mi manda a cagare, non si sa mai).
Gli ombrelli cominciano ad arrivare. Gli ombrelli con sotto la gente. Che si guarda attorno un po' sperduta, cercando di capire se si fa, se si fa lì, se ci si sposta per via della pioggia, se si rimane nonostante la pioggia. Se il falò si fa. E la pioggia?
Arriva Matteo (oddio, ma sai che dal vivo è piuttosto bello?). Si fa. Nonostante la pioggia.
Un gazebo a proteggere lui, un gazebo a proteggere noi. E si comincia.

"The Winner is" si spande, direi quasi si scioglie nell'aria della sera. E' una musica così familiare eppure così nuova, e ogni nota è una goccia di pioggia che picchietta sui nostri volti.
E poi...
Lui è Matteo Caccia, è nato il 24 Luglio del 1975. Ha 33 anni, e vive a Milano. L'8 settembre di un anno fa è stato colpito da un'amnesia retrograda globale. Praticamente la sua memoria si è cancellata completamente. Lui lo sa che può sembrare una storia incredibile, ma è la sua, ed è vera. Lo giura, è vera. E' iniziata l'8 settembre di un anno fa. Da quel giorno per lui ogni volta è la prima volta.
Da lì in poi, frammenti. Indossa la maglietta della PanAm, quella del giorno dell'amnesia. E ci racconta ancora di lui. Del pianoforte, di Margherita, dell'Oblomov. Della Iris (la Iris, dal vivo! Che spettacolo!) che poi è la mamma della Margherita. Ci racconta di nuovo della Psicosignorina e della paura di annegare. Di Margherita sul cornicione che si vuole buttare e di lui che parla al telefono con il poliziotto che gli dà istruzioni per rassicurarla, e lei che lo manda a cagare (la mia puntata preferita). Di quella volta che ha pianto, sulla barca. Ogni tanto, alle sue spalle, Matteo Bordone si china sul falò in uno strenuo tentativo di non lasciarlo spegnere. Sul lago, i lampi. Noi sotto il gazebo, con Arianna nel suo passeggino che vuole dire la sua, con la sua personale grammatica neonatale. Bonini mi regala i Radiohead ("No Surprises", e io non so perché, ma in quella canzone da sempre ci sento le lucciole). Matteo ci racconta del pilone sul ponte, del saluto della bambina che fa ciao ciao con la manina, delle sirene della polizia. Matteo ci racconta di Eva che sembra un pomodoro, e della portinaia che lo crede il redento e redentore. La nonna. La nonna che "mica ci crede a quella storia lì dell'amnesia". La nonna è indescrivibile, una poesia.
E quella poesia chiude il radioreading. Frammenti di notte, frammenti di note. Come faccio a descrivertelo? Forse su una cosa aveva ragione quello stronzo, con cui uscivo quando mi disse che le parole hanno dei limiti. Avreste dovuto esserci, e basta.
Matteo allarga le braccia. Il falò miracolosamente ha retto, Matteo "Grisù" Bordone ha compiuto l'Impresa. Il falò della memoria SI FA. Bruceremo i nostri ricordi, la nostra memoria, quello di cui vogliamo alleggerirci. Li abbiamo scritti. Chi si è portato da casa la sua brava cartolina già stampata e scritta (vedi la sottoscritta), chi ha lasciato il suo ricordo su uno scontrino dell'Autogrill elargitole dalla sottoscritta, chi scava fra i relitti dispersi nella borsa alla rinfusa in cerca di un pezzo di carta che raccolga il suo ricordo e sia disposto a immolarsi nel fuoco. Chi non vuole dimenticare nulla.
(La mia cartolina coi ricordi da bruciare).
Matteo legge alcuni dei nostri ricordi. Io ne ho due, sulla mia cartolina. Se vuoi saperli, te li dico, ma in confidenza. Davanti c'era scritto: "Quella volta in cui ho parlato in diretta ad Amnèsia e mi sono rovinosamente impaperata nelle parole, facendo una figura di merda in diretta nazionale. Questo treno è diretto a: venezia Santa Lucia. Fermerà nelle stazioni di: Monfalcone, Cervignano-Aquileia-Grado, San Giorgio di Nogaro, Latisana-Lignano-Bibione, Portogruaro - Caorle, San Stino di Livenza, San Donà di Piave, Quarto d'Altino, Venezia Mestre".
E dall'altra parte c'era scritto così: "Festa universitaria. C'è l'attuale, l'ex dell'attuale, l'ex CON l'attuale, l'ex dell'ex e pure l'ex ex ex".
Ecco quali sono i ricordi che si accartocciano su loro stessi e vanno coraggiosamente incontro al loro destino: cenere alla cenere. Un pezzettino, una scheggia della mia memoria si è fuso con tanti pezzettini della memoria degli altri, frantumandosi e disfacendosi fra le fiamme di un falò stregato che continua a ardere sotto la pioggia. Non so se mi sento più leggera, adesso che i ricordi si sono dissolti, portati via dal fumo. Però mi sento di sorridere.

Chiedo a Matteo se si ricorda di me, della mia telefonata in diretta (e, porca vacca, chiedere a uno che conduce Amnèsia se SI RICORDA, mi pare un po' paradossale). Si ricorda. Mi dice che quella puntata l'hanno sentita tutti, lì. "Ero in macchina, e piangevo per te", mi dice uno dei tecnici. "Ma come! Mandi il messaggio, dici che ti ricordi tutte le fermate del treno... il mantra... e poi te le faccio dire in diretta e mi fai 'mi sono dimenticata la prima'... Ma dai!", mi dice Matteo.
Ottimo, mi sono fatta più di quattro ore di treno e due di macchina per farmi prendere per il culo anche qui, come se non bastassero i miei amici a casa! Dico io. Si ride.
Ormai sono completamente fradicia. La pioggia non accenna a smettere, quindi non ci sarà l'Amnèsia night. Scopro improvvisamente di essere esausta per il viaggio. E' ora di andare. Ma prima, la foto di rito. E me ne frego se sono stravolta, se sono zuppa come un pulcino appena uscito dall'uovo, se le ore di viaggio mi hanno invecchiata di dieci anni.
"Matteo, vieni qui! Foto! Bisogna documentare, altrimenti non ci crede nessuno".
(Immortalati nel momento esatto in cui avveniva questo scambio di battute:
MATTEO: "Ma senza f..." (lash)?
IO: "Ma sì, dovre..." (bbe esserci).

Lo ringrazio. Ma non per la foto, non solo. Per tutto. Ma prima voglio sapere un'ultima, fondamentale cosa: voglio sapere chi è che mi ha inconsapevolmente regalato Beirut e gli Efterklang (chi me li ha fatti scoprire), chi è che sembra aver saccheggiato il mio iPod per la scelta delle musiche del programma. Mi dice che i colpevoli sono soprattutto lui e Tiziano. Devo molto a questi due signori, giuro. Molto più di quanto credano.

Ma è notte, ed è ora di andare.

Il ritorno è stanco e lento, è una telefonata notturna alla mia migliore amica per sapere se c'è un treno per tornare a casa. Non c'è. Devo rimanere a casa di Daniela. Mi sembra di essere di disturbo, ma o così, o avvolta nei giornali alla stazione di Vicenza, al binario giardino.
Al mattino riparto, Daniela, il mio angelo custode (approfitto, se leggerà, per ringraziarla ancora) mi accompagna ad Abano Montegrotto a prendere il treno.
La saluto, la abbraccio, e riparto.
Breve sosta a Venezia, e vedo i giapponesi che (si sa) fotografano tutto quello che vedono. Quindi fotografo i giapponesi che fotografano tutto quello che vedono.
(Se guardi bene c'è un giapponese che fotografa. Guarda bene).
Il ritorno è pieno di fate carabine che trasformano i tizi in fiori e dal treno rivedo tutte le fermate che avevo bruciato la notte prima. Stanno benissimo, sono ancora lì. Quando rientro a casa, c'è la mamma. E c'è il pranzo. Ecco una cosa che non vorrei mai dimenticare: quella pasta ai funghi della mamma che ho trovato ad aspettarmi.

C'è solo una domanda che mi resta addosso dopo tutto questo: chissà se i pesci si innamorano?

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